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Scritto da Mara Di Bartolomeo   
Giovedì 10 Maggio 2012 17:08

y = f(x)… ovvero il più semplice degli schemi mentali per accedere al principio di relazione come possibile chiave di lettura dei fenomeni complessi

Spesso nei miei studi mi sono domandata come poter distinguere ciò che è complesso da ciò che non lo è.

Per lungo tempo ho cercato di capire come si potessero caratterizzare i fenomeni complessi e quelli che non lo erano in modo da poter concentrare l’attenzione sui primi ed evitare i secondi.

Ma non trovavo mai la risposta.

Alla fine mi sono ricordata che in matematica, se poni il problema in modo errato, non otterrai mai la soluzione.

Un problema posto in maniera corretta invece si risolve sempre.

Ho iniziato a considerare che forse la domanda posta potesse essere errata per forma o per sostanza e che se formulata in quei termini non avrebbe mai avuto una soluzione.

 

Certo però che l’interrogativo che mi ponevo era semplicissimo: come si può distinguere ciò che è complesso da ciò che non lo è?

Iniziai a lavorare sul significato della frase equiparandola al testo di un problema: volevo distinguere due fenomeni; volevo scindere A da B, separandoli, intendendo per A i fenomeni complessi e B quelli non complessi.

Distinguere, scindere, separare sono tutti e tre verbi che però non vanno molto d’accordo con la complessità, anzi ne sono un’antitesi.

Nella complessità il tema ricorrente è quello della relazione, non della separazione.

Forse non stavo vedendo le cose dal giusto punto di vista.

Il voler distinguere, il voler separare non è una operazione da fare in presenza della complessità.

Ok, va bene e allora che fare?

Beh, visto che nella complessità il tema ricorrente è quello della relazione proviamo a comprendere i fenomeni, complessi e non, attraverso questo punto di vista e vediamo se può essere questa una chiave di lettura corretta per avventurarci in questo nuovo universo.

Tentiamo la ricerca, invece dei punti di separazione, dei punti di contatto, dei nodi che legano i fenomeni complessi a quelli che non lo sono.

Cimentiamoci nell'ardua prova di pensare al contrario.

Se non possiamo separare i fenomeni complessi da quelli che non lo sono vediamo cosa può unirli.

Proviamo a cercare un principio che valga per entrambi, un principio che li separi e che possa legarli contemporaneamente.

Inoltre secondo quanto enunciato nella call del progetto Costruenda Complex occorrerebbe individuare un schema mentale di semplice comprensione che permetta l’accesso a questo tipo di riflessione in modo immediato e sintetico.

Un principio e uno schema mentale in grado di spiegarlo.

Bene, allora ci serve qualcosa di molto semplice ed accessibile a tutti.

Come una formula matematica.

Già, la matematica è un linguaggio universale e a pensarci bene secondo la scuola di Pitagora il mondo era scritto in termini matematici.

Certo che sarebbe molto bello se si potessero spiegare i principi che regolano la complessità utilizzando una semplice formula, comprensibile a tutti.

Secondo i pitagorici si sarebbe potuto fare.

Seguendo questo pensiero filosofico anche la complessità potrebbe essere capita tramite una formula matematica, semplice come, per esempio, quella dell’equazione, y = f(x).

Quante volte l’abbiamo vista e studiata? Ce la insegnano ragazzi, ci fanno fare tanti esercizi e ci dicono che è una semplice formula matematica.

È vero, lo è.

Ma se non fosse solo questo?

E se invece ci fosse dell’altro, qualcosa che non siamo abituati a vedere e che quindi, come direbbe lo psicologo cognitivista Neisser, non vediamo?

Osserviamo bene….qual è il significato di questa formula?

y è uguale alla funzione di x.

Quindi il risultato y è dato dalla funzione di x.

Quindi y è in funzione di x.

Al variare di x varia anche y.

Indubbiamente esiste una relazione tra x e y.

Quindi tutti gli elementi che andranno a confluire nella funzione di x daranno, alla fine, per risultato y.

Il mondo fin ora è stato visto attraverso l’ottica degli elementi che compongono questa formula matematica, sull’y e sulla x e così abbiamo cercato ed ottenuto risultati concreti e misurabili che ci hanno condotto a credere che il modo giusto di guardare il mondo fosse appunto solo quello di calcolare gli eventi e di prevederli.

Chi studia la complessità però non può soltanto considerare la natura degli elementi ma anche la relazione che li lega.

Chi studia la complessità parte con il punto di vista della relazione tra gli elementi anche se di diversa forma o natura.

Mentre nella formula matematica questo concetto è chiarissimo lo è stato, fin ora, poco a livello epistemologico.

Quell’ = (uguale) e quell’ f che abbiamo scritto tante volte sui nostri quaderni indicano entrambi una relazione, un rapporto tra due o più elementi, l’uno in funzione dell’altro.

In questa formula troviamo due elementi (x e y) e due modalità di relazione (= e f).

L’essere è, diceva Parmenide, ed è in relazione, potremmo aggiungere noi.

Quando vado al supermercato mi diverto a dare alla commessa la mia carta fedeltà solo alla fine del conto perché mi piace vedere come tutti gli articoli battuti siano rivisti in funzione del passaggio della carta.

L’essere in relazione, dunque, ovvero l’essere in un sistema complesso in movimento.

A questo punto potremmo affermare che il minimo comune multiplo e il massimo comun divisore necessario per osservare i fenomeni complessi è il principio di relazione insito nella realtà e così bene espresso nella formula matematica y = f(X).

Una domanda ora è d’obbligo: perché ce ne accorgiamo solo adesso?

Perché la relazione è un principio che tende a legare elementi diversi tra di loro mentre noi, fino ad ora, abbiamo tentato con la massima cura di separare le parti per poterle studiare meglio, per prevedere i singoli eventi.

Siamo stati sempre così presi dal calcolo degli elementi da non renderci conto che gli elementi, anche se considerati come divisi, sono legati tra di loro da una relazione che permette di creare e mantenere la vita.

Elementi che cambiano di significato a seconda della relazione in cui si trovano.

Cercavano un principio e uno schema mentale che ci permettesse di comprenderlo e pensavamo di trovarlo chissà dove.

Invece è sempre stato sotto i nostri occhi, a disposizione di tutti, fin dalla tenera età.

Ma, come giustamente afferma Neisser, non eravamo in grado di vederlo, perché i nostri schemi mentali sono stati indotti culturalmente a guardare la realtà attraverso altri punti di vista.

Gli elementi e la loro relazione che muta nel tempo.

A questo punto l’asse della conoscenza si sposta cambiando di rotazione e tutto assume un significato diverso…che senso ha studiare i singoli elementi se non siamo in grado di studiare le relazioni in cui essi vivono?

Che senso ha un testo senza il riferimento ad un contesto?

Che valore ha la capacità di un singolo di adattarsi all’ambiente inteso come il sistema di relazioni in cui vive?

E noi, conosciamo il sistema di relazioni in cui siamo immersi?

Gli elementi e le loro relazioni…e il pensiero va al principio di indeterminazione di Eisemberg e agli studi di Mendel sull’ereditarietà, all’effetto farfalla, all’ermeneutica filosofica , alla teoria del caos, alla chimica, alla biologia, alla psicologia cognitivista e quella relazionale, alla teoria dell’evoluzione della specie e tante altre teorie e altri campi di studio che di colpo perdono il connotato di disciplina specifica per mostrare il loro lato complesso.

O per parlare in termini economici/informatici potremmo riferirci più semplicemente alla singola informazione contenuta nel database di una azienda che da sola potrebbe non avere senso ma che relazionata ad altre informazioni è in grado di creare un contesto denso di significato da cui potrebbe scaturire nuova economia così come insegnato dalla disciplina della Business Intelligence.

Qual è dunque il principio teorico che ci permette di guardare i fenomeni attraverso l’ottica della complessità?

Semplice: studiare gli elementi non solo nella loro dimensione oggettiva ma anche e soprattutto nella loro struttura relazionale.

Ecco perché tutto e niente è complessità.

L’aspetto complesso della realtà corrisponde a quel movimento che non dipende da una consequenzialità diretta di causa ed effetto lineare, prevedibile, in quanto sommatoria di elementi identici ma dal movimento generato da elementi di diversa natura e forma in un divenire relazionale costante e continuo.

Relazione di tipo lineare e relazione di tipo reticolare.

La somma degli elementi o il loro essere moltiplicati all’ennesima potenza.

O più semplicemente gli elementi e la loro relazione.

Perché Il singolo elemento, da solo, perde di significato strutturale.

Ha senso solo in funzione della relazione che ha in essere.

La relazione dona il senso ai singoli elementi.

Che cosa sarebbero x e y senza la relazione conferita loro da = e f?

Semplici elementi e non parte essenziale di una formula.

È un principio matematico, non una semplice ipotesi.

Un principio matematico con cui ora dobbiamo seriamente confrontarci se vogliamo uscire da quel buco nero economico, sociale e politico in cui stiamo sprofondando.

Elementi, relazioni e reti di relazioni, ovvero la complessità in tutti i campi del sapere e della nostra vita quotidiana.

Ma siamo sicuri che sia così importante vedere la realtà dal punto di vista della complessità?

Non potremmo farne a meno e limitarci a portare avanti gli studi come facevamo prima?

No, non possiamo, perché una parte della struttura del divenire è cambiata e non ci è comprensibile se non attraverso il principio di relazione.

La rete come struttura informatica ha modificato la percezione spazio/temporale della realtà cambiando alcuni dei parametri di riferimento che sostenevano i principi del movimento così come affrontati dal meccanicismo prima e positivismo poi.

La rete ha creato una bidimensionalità spazio/temporale per cui alcuni aspetti della nostra vita hanno tempi naturali e altri hanno tempi virtuali e la relazione continua tra reale e virtuale accelera il movimento rendendolo incontrollabile.

Alcuni eventi sono fenomeni che possiamo comprendere attraverso rapporti di causa ed effetto lineari ed altri sono invece possono essere capiti solo come la risultante di rapporti di causa ed effetto reticolare.

Quando ci occupiamo del singolo elemento allora possiamo osservarlo attraverso le tecniche e i metodi meccanicistici e positivistici.

Ma appena volgiamo lo sguardo al contesto, cioè allo stato di più elementi in relazione tra ci loro allora entriamo nell’ottica della complessità dove le regole sono altre.

Per sinterizzare il discorso potremmo dire che la realtà oggettiva è cambiata ma noi continuiamo ad affrontarla con vecchi schemi mentali non più adatti al nuovo ambiente rischiando così di fare la fine dei dinosauri.

Se invece, seriamente, iniziassimo a studiare i fenomeni complessi attraverso il principio di relazione ci ritroveremmo di fronte un mondo inaspettato, pieno di prospettive e di sorprese.

Troppi concetti filosofici?

 

Lo so, però erano necessari per stabilire un punto di partenza da cui osservare la realtà.

 

Un principio (matematico e filosofico) attraverso cui guardare i fenomeni complessi (e non) e uno schema mentale che ci permetta di comprenderlo con facilità: il tutto in una semplice formula, y = f(x).

 

Erano gli obiettivi della premessa.

 

Speriamo di averli raggiunti.

 

Al prossimo articolo,

Mara

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Ultimo aggiornamento Lunedì 21 Maggio 2012 08:21