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La realtà non esiste PDF Stampa E-mail
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Scritto da Carlo Mazzucchelli   

Un breve scritto che nasce dalla lettura di una interessante newsletter a cui sono iscritto e che tocca temi filosofici, artistici e scientifici. Un tentativo di riflessione sulla conoscenza e sui livelli di coscienza che abbiamo del mondo esterno al nostro corpo. Una riflessione che parte dalla pretesa della scienza di essere in grado di suggerire risposte ai molti dubbi che hanno impegnato filosofi e teologi per secoli. Risposte che descrivono una realtà fatta di semplici rappresentazioni e impressioni (immagini) all’interno del nostro cervello. Come se per alcuni scienziati il mondo intero risiedesse nella visione che di esso ha costruito il nostro cervello trasformando il fuori di noi in immagini interne tenute insieme da semplici segnali elettrici e che ci può portare a pensare che la realtà non esiste.

Sostenere ciò nella situazione italiana attuale fatta di manipolazione della realtà e racconti sceneggiati della stessa, potrebbe sembrare un paradosso.  In realtà il tema, al di là del contingente, è al centro di speculazioni e investigazioni da parte di scienziati che praticano discipline diverse quali la fisica, la neuro-biologia, la psicologia, la filosofia ecc.  In materia esistono scuole di pensiero diverse, tutte hanno dotti riferimenti e agganci nel passato, alcune sono particolarmente interessanti perchè partono dall'esplorazione della tecnologia come allegoria della coscienza umana e della coscienza umana come protagonista principale nello sviluppo di un futuro tecnologico fatto di macchine sempre più intelligenti e capaci di fornire a loro volta feedback ( attraverso strumenti di bio-feedback, interfacce interattive, strumenti di pattern recognition ecc.) che interagiscono con il cervello umano.

Sul tema si stanno confrontando da anni anche i fisici. In particolare alcuni di questi sono arrivati a sostenere che l’Universo in realtà non sia altro che un gigantesco ologramma nel quale tutti i componenti, vicini e lontani, contengono sempre l’immagine del tutto che contribuiscono a comporre. Secondo queste teorie, la separazione che spesso percepiamo non è in realtà che una grande illusione che ci impedisce di cogliere il tutto esistente in ogni singola sfaccettatura di realtà che percepiamo. Se così è,  il nostro intervento volto a categorizzare, classificare e suddividere i fenomeni in sui siamo coinvolti può essere visto come artificioso e incapace di cogliere la grande rete di relazioni ininterrotta che caratterizza ogni singola realtà.

Su altri fronti, neurochirurghi e biologi hanno sostenuto che anche il nostro cervello funzioni in realtà come un grande e potente ologramma che ci permette di risalire e recuperare rapidamente una informazione  grazie alla sua capacità nel convertire frequenze e impulsi esterni ricevuti dai sensi in immagini coerenti e decifrabili. Da un punto di vista filosofico la cosa interessante di questi risultati scientifici ( contestati e messi in discussione da altri studiosi ) è che ci portano ad un pensiero, tipicamente orientale, legato alla non esistenza della realtà e all’idea del mondo come mera illusione nella quale noi stessi agiamo come semplici componenti di un tutto che ci accomuna e ci collega con ogni altro organismo dello spazio. Se tutto ciò fosse vero dovremmo dire addio al Cogito Ergo Sum di cartesiana memoria che ipotizzava una mente in grado di produrre coscienza per spostarci invece verso un ambito nel quale sarebbe la coscienza a creare e a dare fisicità ad un corpo, seppure in modo illusorio.

Mentre sui temi sopra esposti esistono numerosissime pubblicazioni di tipo divulgativo che facilitano l’accesso ad argomenti complicati ad un pubblico sempre più vasto, curioso ed interessato, meno diffusi e/o noti sono i progetti attualmente in corso nei laboratori di ricerca che, spesso con approcci multi-disciplinari, stanno investigando la stretta relazione tra il mondo e la sua rappresentazione dentro di noi e il ruolo che in tutto questo gioca oggi la tecnologia.

‘Il cervello di Einstein’ è uno di questi progetti.

Creato da due artisti, Alan Dunning e Paul Woodrow, nel 1996, il progetto è focalizzato sullo studio del cervello e della coscienza ed utilizza approcci scientifici e artistici allo scopo di rispondere a domande sulle nuove capacità delle macchine di agire come il nostro cervello e di contribuire alla costruzione di nuovi livelli di coscienza. La ricerca tocca tematiche quali la soggettività digitale, la coscienza, la percezione e parte dalla considerazione che la tecnologia non è soltanto un supporto alla produttività umana ma anche soggetto essa stessa e protagonista di nuove realtà e nuove forme di vita con le quali dobbiamo fare i conti.

Il progetto ha prodotto diversi lavori (Dérive, Madhouse, Pandæmonium, Mnemonic Body) creati attraverso una interfaccia interattiva nota con l’acronimo di  ALIBI (Anatomically Lifelike Interactive Biological Interface). ALIBI è un artefatto di corpo umano maschile a grandezza naturale ricoperto di sensori in grado di recepire e interagire al tatto, alla parola e persino al respiro di persone che interagiscono con lui. Il corpo è ricoperto interamente di pittura termodinamica che cambia colore al tatto. Usato in congiunzione con un rilevatore di onde cerebrali inserito in un HUD ( Head Up Display ) il corpo artificiale è in grado di monitorare l’output di una persona in termini di temperatura corporea, movimenti, linguaggio, gesti ecc.

Il progetto Dérive prevede l’interazione tra l’artefatto umano e persone reali all’interno di una stanza buia e rivestita da centinaia di punti luminosi che ricostruisce la volta stellata, il tutto attraverso immagini proiettate sulle pareti da proiettori collegati a computer che possono essere manipolate e modificate in risposta ad azioni della persona coinvolta. In pratica la persona può toccare, alitare, su una parte del manichino e così facendo può navigare, generare e manipolare i mondi virtuali proiettati alle pareti. La pittura termocromica di cui il manichino è rivestito reagisce ai cambiamenti di temperatura cambiando colore ad ogni azione umana. Le onde cerebrali vengono inserite in tempo reale all’interno di ambienti tri-dimensionali che vengono poi rappresentati visivamente sulle pareti della stanza e amplificati nello spazio. L’esperienza che coinvolge la persona che partecipa al progetto è un flusso costante che evolve in base alle sue attività psicologiche e mentali. Quello che viene visto è una manifestazione in tempo reale dell’attività biologica e del cervello. Quello che passa nella testa del partecipante all’esperimento è un insieme di immagini che sembrano uscire dal manichino e che portano in vita persone, edifici, oggetti in movimento come se il corpo fosse un semplice archivio di esperienze vissute e di sogni futuri. In questa esperienza la persona coinvolta si perde in un labirinto di memorie.

Gli altri progetti sono variazioni ed elaborazioni ulteriori del progetto Dérive. L’elemento che accomuna tutti i progetti è il tentativo di mostrare come la tecnologia sia in qualche modo una forma di vita che interagendo con noi ci apre a nuove esperienze e ad una maggiore comprensione di come siamo fatti.  Il corpo umano viene visto come un elemento materiale che non ha forma, è immerso in un spazio che lo avvolge e lo contiene e continua a cambiare grazie alle interazioni con la macchina (il manichino).

Per chi fosse interessato a conoscere meglio e in dettaglio il progetto qui descritto può visitare il portale http://people.ucalgary.ca/~einbrain/new/main.html. Sul sito oltre alla descrizione puntuale dei vari progetti in corso è possibile scaricare un PDF che descrive meglio l’intero progetto e che contiene anche una bibliografia.

 

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