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Competere è socialmente responsabile? PDF Stampa E-mail
Scritto da Francesco Zanotti   
Domenica 10 Giugno 2007 20:24

Certo che è socialmente responsabile! Anzi è la quintessenza della responsabilità sociale perché così l’impresa garantisce la sua sopravvivenza. Chi oserebbe sostenere il contrario? Ecco io. L’occasione mi è offerta da un articoletto, un po’ nascosto, di Silvia Pieraccini sul Sole di oggi. Descrive l’evoluzione del distretto di Prato. Dice che  sta cambiando: da distretto del tessile, a distretto della moda. E che questo sta avvenendo sulla spinta di imprenditori cinesi. E conclude: ma il distretto deve ancora dimagrire. Si intende: ridurre l’occupazione.

Allora proviamo a riflettere. Cosa significa competere? Credo che non possa significare tutto il bene possibile. Credo che significhi: fare meglio dei propri concorrenti. Accanto al competere pongo l’intraprendere che significa fare cose che gli altri non hanno mai fatto. Tra l’intraprendere e il competere vi è la zona grigia dell’innovazione di prodotto ed organizzativa che è un intraprendere a metà.

Allora Prato. La prima osservazione è che la spinta ad allargare la catena del valore, arrivando al consumatore (questo significa fare un distretto della moda), è stato attivata, come dice l’articolo, dall’imprenditoria cinese seguita poi da quella italiana. Allargare la catena del valore è una forma debole di innovazione imprenditoriale, ma è pur sempre uno sforzo. Prima dei cinesi sembra che si sia tentata la strada della competitività dura e pura: aumento della qualità e riduzione dei costi. Ma sono servite solo a ridurre l’occupazione e ritardare cambiamenti più importanti come quelli attivati dai cinesi. Cosa dire degli imprenditori italiani che hanno atteso l’arrivo dei cinesi per essere stimolati ad una reazione più forte del cercare di fare meglio le stesse cose di prima? Nulla contro di loro: si sono limitati a seguire la “religione” della competitività. Tutto, però, contro tutti coloro che questa religione propugnano non rendendosi conto che, così facendo, spengono le economie locali.

La seconda osservazione è che anche allargare la catena del valore non basta! L’articolo metà dice e metà lascia intendere che anche questa “innovazione” comporterà la diminuzione dell’occupazione e, quindi, del significato sociale del fare industria.

Allora proviamo a far risuonare nel cuore e nella mente l’espressione “responsabilità sociale”. Cosa può altro significare se non una responsabilità collettiva di imprenditori, banche, istituzioni e politica verso lo sviluppo economico e sociale dei nostri territori? Uno sviluppo che veda crescere quantità e qualità dell’occupazione, qualità della vita, qualità dell’ambiente e che non potrà essere uno sviluppo che non si potrà centrare sull’industria?

Se essere socialmente responsabili significa perseguire questo sviluppo, allora competere non è essere socialmente responsabile perché significa sostanzialmente conservare. O al massimo fare meglio quello che si è sempre fatto. Che è una forma ancora più subdola, gattopardesca, di conservazione.

Come realizzare questo impegno collettivo verso un nuovo e diverso sviluppo? Non attraverso esortazioni retoriche o generici incentivi, ma attraverso due passi fondamentali. Innanzitutto un grande progetto di ricerca per comprendere le dinamiche profonde dell’innovazione imprenditoriale. Poi l’avvio di nuove imprese della conoscenza che sviluppino metodologie per aumentare l’efficacia e la profondità di questo innovare e rendano disponibile un sistema di servizi per far sì che queste metodologie siano disponibili a tutti gli imprenditori attuali e potenziali del territorio. Non posso approfondire questa proposta. Rimando ad un documento di ricerca che abbiamo preparato e che chiama in causa sostanzialmente il ruolo delle banche. Non è certo un documento definitivo, completo. Servono mille contributi perché sia approfondito e sperimentato.

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