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Arrivederci con una promessa. PDF Stampa E-mail
Scritto da Francesco Zanotti   
Martedì 24 Luglio 2007 20:06

Anche noi ci prendiamo un periodo di pausa. Ma sarà un periodo di diversa operosità. Tanto che il nostro saluto è in realtà una promessa. Ma andiamo con ordine.

Stamattina (23 Luglio 2007) leggendo “Affari&Finanza” di Repubblica ho letto due espressioni che, apparentemente, non c’entrano nulla l’una con l’altra. Ma che, in realtà, rivelano una comune cultura di tipo fatalista. Le due espressioni sono queste. Il “Punto” di Turani è oggi intitolato “L’economia è partita e ora va sostenuta”. Perché questa espressione è fatalista? Perché nasce dalla convinzione che esistano dinamiche economiche che non possiamo gestire: possiamo solo cavalcarle. Ora che il fato (e chi se non lui?) ha benignamente voltato al bello queste dinamiche, occorre approfittarne prima che ritornino (inevitabilmente) i tempi bui.

Nelle pagine dopo vi è una intervista dello stesso Turani a Maurizio Decina presentato come il “massimo esperto italiano di computer, telecomunicazioni e di segnai digitali”. Cosa conclude Decina alla fine dell’intervista? Così: “E molte moltissime cose devono ancora accadere. Che si tratti del Web 2.0 o del Web 3.0 (come dice Berners-Lee) o che si arrivi al Web 4.0, nessuno lo sa davvero”. Credo che anche  in questo caso il fatalismo sia evidente: se nessuno sa cosa accadrà, allora che facciamo? Andiamo avanti tutti a tentoni aspettando che il Fato (ho iniziato a scriverlo con la lettera maiuscola) sollevi il velo con cui ora nasconde le sue intenzioni?

Ora credo proprio che la cultura del Fato sia sostanzialmente una cultura primitiva, rappresenti il modo in cui si manifesta il non conoscere, il non capire, sia il segno della nostra incapacità di guidare il nostro destino. A me questa cultura non basta. Anzi mi muove allo sdegno perché porta ad una irragionevole resa di fronte a tutte le ingiustizie e povertà.

Prendendo il discorrere con più ordine, io credo noi si sia di fronte ad una sfida epocale: non riusciamo a gestire lo sviluppo dei sistemi umani: dalle società nel loro complesso, alle istituzioni, alle imprese etc. Accettiamo di procedere per “conservazione e rivoluzioni”. Quando (non sappiamo perché) una società (o qualunque altro sistema umano) si forma cerchiamo di tenercelo ben stretto osteggiando qualsiasi cambiamento fino a che la sua assurdità diventa così rilevante che una rivoluzione diventa indispensabile.

Io credo che fino ad ora non abbiamo avuto il coraggio di prendere atto di questa impotenza e abbiamo preferito credere che le dinamiche fondamentali dei sistemi umani  siano guidate da un  fato che, proprio perché è Fato (con la lettera maiuscola), non può accettare di essere svelato dalla conoscenza.

Io credo che, invece, sia ora di riconoscere questa nostra impotenza e cercare di costruire una nuova cultura che permetta di comprendere come si sviluppa un sistema umano e costruire strumenti metodologie  per gestire questo sviluppo. Provo ad immaginare il risultato possibile. Comincio dal banale: una cultura e strumenti per gestire un dibattito politico televisivo. E’ insopportabile che tanti uomini con gravissime responsabilità sappiano solo fare polemiche infantili, che si diano sulla voce l’uno con l’altro, che abbiamo convinzioni solo  ideologiche, cioè che credano ancora che il proprio pensiero sia quello vero e quello degli altri errato. E’ inaccettabile che, alla fine di tanto strepitare con una sciocca ricerca di battute ad effetto come fanno i bambini quando litigano, non riescano ad arrivare ad una sintesi che sia il superamento comune delle limitazioni delle proprie convinzioni.

Supponendo che tutti siano in buona fede, la domanda a cui voglio una risposta è: ma come accade che tanti uomini in gamba (i migliori dovrebbero essere) invece di fare in modo che il dibattito politico diventi un momento di costruzione di un nuovo futuro per tutti, si sgolano (letteralmente) per combattere l’avversario lasciando in tutti noi la netta impressione che è stato tutto inutile?

Credo si debbano sviluppare una cultura e strumenti per trasformare i dibattiti televisivi in momenti di progettualità sociale alla fine dei quali emerga un nuovo progetto sociale che tutti coloro che hanno partecipato al dibattito inizieranno a realizzare appena spente le luci delle telecamere.

Ho cominciato col banale per approcciare il lettore con dolcezza. Ma il banale è una metafora del drammatico. Questa impotenza a sostituire la lite con la progettualità è la stessa impotenza che non ci permette di evitare il nascere ed il crescere del terrorismo.

Ancora siamo convinti che esistono i cattivi e che la soluzione è prima combatterli e poi eliminarli. Quasi non fossero uomini, ma macchine del male costruite da non si sa chi, ma molto cattivo. La lotta al terrorismo ripercorre i ritmi ed i tempi di un tragico dibattito televisivo. Solo molto più tragico, nel quale invece che darsi sulla voce ci si spara, quando non di peggio. Se impareremo come far progettare insieme i nostri politici, avremo fatto un passo avanti anche nel fare dialogare i popoli.

Tra banale e drammatico ci sta l’importante che è il luogo in cui tutti noi lavoriamo. In quel luogo (cito solo questo caso per non tirarla per le lunghe) ci stanno le imprese. Anche loro sono sommerse in quella cultura del litigio permanente effettivo che è la ricerca della competitività. La competitività è un mito infantile che, invece che sviluppare distrugge persone e idee. Genera quello che mi piace definire effetto stadio. Ricercare competitività é come essere allo stadio e guardare una partita. Gli spettatori sono seduti ed hanno una decente visione del campo. Ad un certo istante qualcuno inventa una mossa competitiva brillante: si alza in piedi. A seguito della sua mossa competitiva vede meglio, ma per tre secondi. Dopo quei tre secondi si alzano tutti e tutti vedono esattamente come prima. Tranne che sono più scomodi.

E’ necessario costruire una cultura esplicita dell’imprenditorialità che null’altro è se non cercare nuovi dialoghi progettuali tra impresa e mercato. Le stesse imprese sono anche immerse nei litigi del cambiamento. Ci siamo piano piano convinti che esistano le resistenze al cambiamento. E che occorra abbatterle. Ancora una volta dobbiamo trovare una cultura e strumenti per mobilitare un’organizzazione perché veda il cambiamento come un esodo verso una terra promessa. Certo il mito della competitività non ha il fascino della terra promessa. Per raggiungere questi risultati, noi inizieremo a percorrere questo cammino durante l’estate.

E cercheremo di fare un piccolo primo passo completo, quasi un ologramma di una passo più lungo che certamente non potremo fare da soli. Abbiamo una prima ipotesi di lavoro. La causa fondamentale della nostra incapacità di gestire lo sviluppo dei sistemi umani è costituita proprio dalla cultura che ha avuto un così clamoroso successo nel costruire la società industriale: la cultura scientifica di Galileo.

Partendo da questa ipotesi di lavoro, il primo passo sarà quello di tentare una sintesi del nuovo pensiero scientifico che è nato quasi in contrapposizione con il pensiero di Galileo. Semi di questo pensiero stanno in tutte le scienze e vengono raccolti sotto il comune paradigma della complessità. Anche le scienze umane hanno sviluppato una reazione al pensiero galileiano che si definisce post-moderno. Usando una nuova sintesi della metafora della complessità costruiremo una nuova visione dei processi di sviluppo dei sistemi umani e proporremo metodologie per gestire questi processi di sviluppo.

In particolare: metodologie per gestire i processi di sviluppo:

•         personali

•         di imprese

•         di istituzioni

•         di economie

•         di sistemi paese

•         della collettività umana nel suo insieme.

Iniziando sul finire dell’estate e continuando in autunno troveremo mille modi per comunicare i nostri risultati. In particolare, li  racconteremo in un libro, li presenteremo in seminari (forse qualcuno ricorda i nostri “brainframes”), il nostro sito diverrà il luogo dove questi nostri risultati potranno essere “ascoltati” e dibattuti. Dove una nuova società potrà essere costruita.

Buone vacanze e buon ritorno a tutti con un pizzico di curiosità per i risultati del nostro lavoro.

 

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