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La crisi finanziaria prossima ventura PDF Stampa E-mail
Scritto da Francesco Zanotti   
Giovedì 20 Settembre 2007 20:02

Io non so come si svilupperà la crisi finanziaria prossima ventura, ma so quale sarà la fonte. E quale potrebbe essere il modo per evitarla e perché non lo si farà.

Inizio con una storia. Parlavo con un venture capitalist “di provincia”. Ma sì uno di coloro che hanno raccolto in qualche modo un piccolo gruzzolo e si propongono di impiegarlo in imprese nascenti. Ma il discorso sarebbe stato lo stesso se avessi parlato con qualunque altro venture capitalist, anche di chiara fama.

Per non permettere al lettore di sfuggire: ho iniziato con un venture capitalist per essere “soft”, ma la morale della storia coinvolge anche coloro che invece del capitale forniscono debito. Ho provato a sostenere con questo signore, sotto forma di domanda retorica, una verità così banale che mi sembrava indiscutibile: “Voi venture capitalist siete soddisfatti (e molto!) se il 20% dei vostri investimenti va a buon fine. Sostenete che non si può fare di più perché il futuro è incerto e solo la vostra grande esperienza e “fiuto” è in grado di ottenere quelle performances. Ma non credete che questa sia, invece, una performance veramente scadente, socialmente inaccettabile perché voi usate direttamente o indirettamente la risorsa risparmio e che sia necessario fare qualcosa per migliorarla? A me sembra che usando la teoria dei sistemi autopoietici si possa non solo prevedere quali iniziative hanno le potenzialità per avere successo, ma anche individuare come supportarla in modo che questa potenzialità si concretizzi”.

Questo signore di mezza età inoltrata mi ha guardato come si guarda un folle, poi si è fatto forza per essere cortese (si vedeva che l’ira rischiava di sopraffarlo) e mi ha risposto in un modo socialmente e culturalmente allucinante: “Caro amico, io credo che il problema sia davvero la grande turbolenza ed incertezza ambientale. Ciononostante occorrono persone coraggiose, esperte e lungimiranti che sappiano guardare al futuro, così da permette la nascita e l’affermazione dell’innovazione.” E poi ha girato cortesemente i tacchi e se ne è andato!

Fine delle storiella. E morale: questo signore si è spaventato esistenzialmente di fronte all’ipotesi che esistesse una conoscenza professionalmente decisiva che non conosceva. Ha preferito sostenere (con se stesso) che non poteva esistere una nuova conoscenza, che l’avrebbe portato a moltiplicare le sue capacità di scelta e gestione degli investimenti, pur di non mettere in discussione la sua auto sufficienza professionale che era lo strumento con il quale aveva scelto la propria auto realizzazione.

Dai venture capitalist alle banche. Per le banche mutatis mutandis, valgono le stesse osservazioni. Esse non vivono formalmente del finanziamento a new ventures, ma sostanzialmente sì. Infatti i settori economici, in primis il settore manifatturiero, dovranno subire una profonda evoluzione spinta dalla evoluzione delle esigenze e dai vincoli ambientali.

Questo significa che il problema di chi finanzia, soprattutto il sistema delle piccole e medie imprese, è quello di riuscire a individuare non quelle che vanno bene oggi, ma quelle che hanno intrapreso una evoluzione che le porterà a produrre valore domani. Questo è come dire che tutte le PMI sono, per chi le finanzia, molto simili a start-up.

Che metodologie usano le banche per valutare i percorsi di evoluzione (anche il tentare di stare fermi è una scelta evolutiva) delle PMI? Usano, nei casi più sofisticati, metodologie di tipo “balance score card” che sono adatte per avere una visione decente del presente (dico solo decente perché non contemplano un metodo efficace né di valutazione degli intangibili né di identificazione degli intangibili), ma che non sono in alcun modo in grado di prevedere i trend evolutivi di settori economici ed imprese.

Allora la sfida è quella di dotarsi di metodologie di valutazione radicalmente nuove che permettano di valutare trends di evoluzione. E’ una sfida che ha certamente un impatto economico perché nessuna banca può sopportare di avere successo nel prestare soldi solo del 20%. Ma è anche una sfida sociale perché le banche usano direttamente e massicciamente risparmio.

Obiezione: ma oggi le sofferenze non sono all’80%. Sono d’accordo e sono anche d’accordo che non è questo il rischio. Ma dico che oggi non abbiamo ancora visto gli effetti dell’evoluzione che sta per sconquassare i diversi settori economici. E se non troviamo metodi per comprendere quanto sta accadendo le banche si troveranno di fronte a una cosa che è addirittura peggio dell’emergere delle sofferenze: alla scomparsa di una fetta importante di clienti.

Ragionando in questo modo scopriamo anche un altro aspetto della sfida: le banche non devono solo saper valutare, ma anche aiutare le imprese a progettare strategie evolutive e a realizzarle.

Esistono strumenti per vincere queste sfide di tremendo impatto economico e sociale? Certamente sì! Ritengo che la teoria dei sistemi autopoietici permetta di capire quale sarà l’evoluzione della capacità di produrre valore di una impresa, quale sarà la tenuta futura del portafoglio clienti di una banca, quale sarà l’evoluzione dei diversi settori economici. Parimenti ritengo che la stessa metodologia renda disponibili strumenti di intervento per aiutare le imprese a definire strategie evolutive corrette.

Saranno usati questi strumenti? Certamente no! Perché oramai si è consolidato una falsa visione della professionalità che porta troppi dirigenti bancari non solo a non cercare innovazioni metodologiche, ma anche a considerare ogni proposta nuova come un attacco di lesa maestà. A considerare una perdita di tempo anche solo l’ascoltarla.

E la crisi finanziaria prossima ventura? Verrà da questo rifiuto generalizzato e deciso dell’innovazione nelle metodologie di valutazione strategica. Ah, quanto detto per le banche vale anche per le agenzie di rating. Il loro problema non è il conflitto di interesse. Ma è quello di riuscire a valutare l’evoluzione delle capacità di produrre valore delle imprese che è il sottostante ultimo di ogni investimento.

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