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Tecnologiche, sociali, relazionali e professionali

 

 

 

Impresa e cultura: una nuova proposta

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Mi scuso, ma ritengo che quando siamo ai premi significa che qualcosa non va! Significa che è necessaria una motivazione esterna per intraprendere una attività, una motivazione che l’attività stessa non può dare. Ed allora quella attività rischia di diventare retorica. Una delle aree più a rischio di deriva retorica è quella del rapporto tra impresa e cultura. Voglio dare il mio contributo perché il rischio della deriva retorica si trasformi in uno stimolo allo sviluppo. L’occasione mi è fornita da un articolo che è apparso oggi su Affari Finanza a firma di Andrea Rustichelli che parla della presentazione del premio “Impresa Cultura”. Gli organizzatori del premio sono ben consci della necessità di far sì che gli investimenti in cultura evitino il rischio della cultura “ornamentale”, come l’ha definita il Prof. Schnapp che è intervenuto al Convegno. Ma volevo aggiungere un’ulteriore e, credo, fondamentale, contributo allo sforzo degli organizzatori del premio. Le imprese sono sostanzialmente sistemi umani. Ora la nostra civiltà è diventata bravissima a costruire e far funzionare sistemi tecnologici sempre più avanzati. Ma non lo è altrettanto con i sistemi umani. Oggi non conosciamo quali siano le “leggi” che ne guidano lo sviluppo. E, quindi, non sappiamo gestirlo. In generale ci facciamo sorprendere dalle rivoluzioni, ci adagiamo nelle crisi, addebitando le une e le altre a fattori che provengono dall’esterno dei sistemi umani. Il risultato è che attiviamo processi di cambiamento solo quando le crisi e le rivoluzioni hanno oramai sviluppato tutte le loro conseguenze. Questo vale per le imprese, ma anche per le istituzioni e per le società nel loro complesso.

Oggi non ci si possiamo più permettere un cambiamento che abbia bisogno dello stimolo di crisi o rivoluzioni. Infatti siamo tutti consci che la società industriale è arrivata al capolinea, ed è necessario sviluppare un altro tipo di società. Ma per iniziare a svilupparlo non ci possiamo permette di attendere che, ad esempio, lo sfruttamento della natura diventi devastante. Perché, anche quando una guerra totale distrugge una città, la si può sempre ricostruire, ma quando una società distrugge la natura, non vi sono più risorse per costruirne una nuova.

Anche le imprese devono arrivare a considerare il cambiamento come la dimensione naturale nella quale vivere e trovare nuovi metodi di gestione che non considerino il cambiamento stesso come una eccezione faticosa.  In sintesi, io credo che oggi sia necessaria una nuova cultura che permetta di comprendere e gestire lo sviluppo dei sistemi umani. Essa deve nascere da una visione del mondo (epistemologia) diversa da quella che ha generato la società industriale. Questo significa che non dobbiamo più vedere i sistemi umani in termini di parti e funzionamento. Ma in termini di reti a nodi protagonisti e di processi di autopoiesi “sociale”.

Ma chi deve sviluppare questa nuova cultura? Io credo che le imprese siano le prime istituzioni (anche perché dispongono di skills di investimento) che debbano investire nel suo sviluppo. Credo che il rapporto impresa cultura debba trasformarsi in un grande progetto di ricerca complessivo dove tutto il sistema delle imprese italiane investe per sviluppare modelli e metafore per comprendere i processi di sviluppo dei sistemi umani e metodologie per gestire questi processi di sviluppo.

Credo che questo investimento, oltre che generare un diretto aumento della capacità di produrre valore delle imprese perché le rende in grado di affrontare in modo molto più efficace ed efficiente il cambiamento (mi si lasci dire: in un modo profetico), si porrà anche come servizio sociale. Infatti le metafore e i modelli, le metodologie e gli strumenti potranno essere usati anche per riuscire a stimolare e gestire lo sviluppo infrastrutturale ed istituzionale del nostro paese.

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