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Otto nuove banche all’anno: ma davvero è un brutto segnale? PDF Stampa E-mail
Scritto da Francesco Zanotti   
Lunedì 01 Ottobre 2007 19:59

Franco Locatelli sul Sole di domenica 30 settembre 2007 propone nella rubrica “Controluce” un articolo dal titolo “Sono nate 100 nuove banche locali: brutto segno”. L’informazione sulle nuove banche gli viene dal 12° rapporto sul sistema finanziario predisposto dalla Fondazione Rosselli.

Ma perché Locatelli giudica negativa la nascita di nuove banche? Per un mito ed una paura. Il mito è quello della forza! Poiché le banche devono affrontare una competizione sempre più dura, devono diventare più forti. E la forza è misurata con il parametro brutale della dimensione. E’ un mito primitivo, ma senza la forza dei miti primitivi, fatti di storie che fanno sognare. E’ evidente a tutti che una battaglia competitiva la si può vincere solo non giocandola. Cioè cercando quella innovazione profonda che rende unici. E questa ricerca di novità profonda non solo è possibile, ma è anche necessaria. Chi è incuriosito dia una occhiata al nostro documento sullo sviluppo dei territori. E sono evidenti anche molte altre cose: la crescita della dimensione aumenta le transazioni puramente interne. E questo significa non solo maggiori costi, ma anche aumento dei fenomeni di chiusura autoreferenziale. Cioè: impossibilità strutturale di orientamento al cliente.

Una storiella divertente a mo’ di esempio. Un mio amico che da un anno aveva lasciato dormiente la sua piccola società di consulenza riceve la telefonata di un venditore di una grande banca che gli chiede un appuntamento. Egli riceve questo venditore che gli fa pressappoco questo discorso: “Il nostro sistema di valutazione ha individuato la sua società come una società dalla buona capacità reddituale che ci piacerebbe avere come cliente. Se apre il conto da noi le offro le migliori condizioni e un fido di cassa senza garanzie di 10.000 Euro.” Il mio amico è rimasto sbalordito e gli ha in coscienza rivelato che la sua società non operava da un anno, che non gli interessava alcun conto e non aveva bisogno di alcun fido. Ed ha pensato (e io con lui): “Splendido sistema di valutazione del passato, ma assolutamente disinteressato del presente e del futuro".

La paura è, apparentemente, giustificata. Sostiene Locatelli che il fenomeno delle nuove banche è vivo soprattutto al sud e rischia di favorire rapporti e transazioni finanziarie poco trasparenti. E’ un rischio teoricamente presente. Ma si tratta di un processo alle intenzioni che non è suffragato da alcuna prova. Anzi è un processo che nasce dal mito descritto prima: le uniche banche buone sono quelle grandi.

Io credo che con i miti e la paura non si costruisca sviluppo. Per costruire sviluppo serve passione sociale e innovazione. Io credo che l’avvento delle nuove banche locali non sia in se stesso né bene né male. Dipende da che tipo di banche vorranno essere. Il vero brutto segno è che le banche non cercano innovazione, inseguono miti banali come il valore per gli azionisti che si riduce ad essere un valore interessante solo per il piccolo numero di investitori istituzionali (che guarda caso sono quelli che nominano i managers delle banche stesse), cercano invece di conoscere il rischio di scaricarlo sul mercato, non comprendono le dinamiche di sviluppo dei territori, non sanno comprendere le dinamiche di sviluppo delle imprese, non valorizzano le risorse umane, ma cercano di farne a meno, considerano la formazione un costo dovuto e la responsabilità sociale una occasione per produrre quelle opere editoriali che sono i bilanci sociali.

 

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