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Swap, responsabilità sociale e valore per gli azionisti PDF Stampa E-mail
Scritto da Francesco Zanotti   
Mercoledì 17 Ottobre 2007 19:59

Mi immagino di essere un azionista: ho appena saputo che la mia banca ha una semestrale da sogno. Stappiamo lo champagne! Mentre le bollicine spumeggiano fuori dalla bottiglia e dentro il bicchiere mi sovviene un pensiero: accidenti rischio di stappare lo champagne da solo. Forse neanche in compagnia di me stesso! Infatti le banche tendono ad avere il minor numero di dipendenti possibili, così si riducono i costi. Detto diversamente: licenziano perché io stappi lo champagne? E sì! E se chiedo come mai mi dicono che è colpa della competizione che costringe a ridurre i costi.

E va bene, allora cerco altri compagni di bevuta. Ma rischio di non trovarli. Infatti la mia banca sostiene che si cura di me e non del territorio. Ma il territorio è fatto di clienti. Io stesso sono territorio. Allora significa che per fare i miei interessi come azionista, mi bastonano come imprenditore, come risparmiatore? Non posso neanche brindare in piena e rilassata compagnia neanche di me stesso.

Forse, però, mi sbaglio. Quelli bastonati sono solo una esigua minoranza che se lo sono meritato: erano incapaci o sono stati improvvidi oppure hanno tentato di far i furbetti.

Allora penso agli swap degli enti locali, ma subito elimino il pensiero: cattiva propaganda di chi ce l’ha con le banche.

Ma poi penso ad un mio amico imprenditore e qui mi preoccupo. Egli si trova in una situazione difficilissima: cala il fatturato, il margine operativo e, quello che gli interessa di più, ha una cronica carenza di liquidità. Egli si è rivolto alla banca: non gli hanno permesso di allargare il castelletto e tanto meno gli hanno concesso un fido di cassa. E’ una persona intellettualmente onesta perché ammette che non hanno tutti i torti. Ma è anche una persona la cui azienda mantiene decine di famiglie che hanno contratto mutuo, si sono indebitati per acquistare beni di consumo e che potranno onorare i loro impegni solo se continueranno a percepire lo stipendio. La banca deve sottostare ad un ricatto morale? No di certo! Allora occorre agire in qualche altra direzione.

Il mio amico imprenditore ha ammesso che la sua azienda, così come è, difficilmente potrà sopravvivere. Che deve cambiarla profondamente. Ma chi gli dà una mano per farlo? Non una mano finanziaria, ma una mano strategica per progettare una nuova ed efficace strategia. E’ inutile che compili infiniti fogli excel chiamando il pacco di carta su cui sono stampati piano industriale da allegare alle pratiche di fido! Ingenuamente chiede alla banca: aiutami tu! Io sono disposto a rivoluzionare tutto, ma mi aiuti a capire in che modo, per andare verso dove? Il funzionario non sa rispondere e lui se ne va sconsolato con in più lo scrupolo di aver fatto la domanda sbagliata perché, anche se non glielo ha detto, il funzionario gli ha fatto capire che una banca non si occupa di certe cose. E che lui è oramai entrato nella lista dei cattivi imprenditori che non sanno gestire la loro azienda.

Pensando al mio amico imprenditore, e spinto dai fumi dello champagne che mi sono bevuto anche da solo, mi coglie un abbiocco popolato da un incubo e da un sogno.

L’incubo: la banca ha una valutazione di quante tra le imprese clienti si troveranno nel prossimo anno nella situazione del mio amico imprenditore e che impatto avranno sul suo conto economico complessivo (e, quindi, su tutti gli azionisti, sia quelli che sono territorio che quelli che sono istituzione) queste defaillances imprenditoriali? La risposta è: no! La banca valuta le imprese con sistemi che la informano se oggi un imprenditore vale, ad esempio, 18 o qualche insieme di prime lettere dell’alfabeto. Ma che non le dicono nulla sulla efficacia delle strategie per affrontare l’evoluzione di mercati che non conosce. Allora è un vero incubo: e se questi imprenditori fossero tanti? Ci limiteremmo a dire che sono incapaci o furbetti?

Ma poi, come accade nei sonni indotti dai fumi dell’alcool, gli incubi si sciolgono in sogni. E immagino. E se … e se la banca disponesse di una metodologia che le permettesse di farsi una fotografia affidabile del futuro del suo parco clienti? E disponesse di un sistema di servizi capace di aiutare coloro che si troveranno nei guai come il mio amico imprenditore a scegliere una nuova strategia e poi implementarla, in modo da non cadere nei guai, non sarebbe meglio? Avremmo fatto bingo! La banca avrebbe un sistema di servizi unico al mondo, quindi non dovrebbe più sottostare alla minaccia di nessuna competizione. Non licenzierebbe più per fare contento me azionista, ma avrebbe bisogno di assumere me come dipendente perché fuori dai suoi sportelli ci sarebbe la fila. Potrebbe addirittura avventurarsi nel finanziare nuove imprese perché saprebbe individuare i business plan di successo e aiutare gli imprenditori a modificare quelli che scalchignano. In buona sostanza: aumenterebbe la capacità di produrre ricchezza dei territori.

Allora sì che si organizzerebbero grandi bevute collettive ad ogni semestrale perché i successi della banca sarebbero niente altro che la misura del successo dei suoi territori di riferimento. Solo e soltanto questo gioioso brindare insieme mi sentirei di definire socialmente responsabile.

Ecco mentre sto sognando il telefono squilla: è la mia banca che mi avverte che il prodotto in cui ho investito il mio risparmio ha perso il 30%. In compenso ho speso una paccata di soldi in commissioni che certamente contribuiscono a farmi brindare come azionista. Ma non è che sia felicissimo di questa bevuta che non posso neanche godere pienamente da solo.

Allora lancio un appello. Ripensandoci, esistono modi per valutare il futuro delle imprese, esistono sistemi di servizi per rilanciare i territori. Il problema è che le banche non li conoscono. Allora basta insegnarglieli. Ma qui casca l’asino: le banche (i loro uomini) hanno coltivato il mito di una competenza assoluta: non ascolteranno mai qualcuno che racconti cose che non conoscono. Perché solo il fatto che questo qualcosa esista scalfirebbe questo mito.

Ecco l’appello: vogliamo noi tutti consulenti, managers che vogliono vivere il valore della responsabilità sociale, giornalisti che non cercano lo scoop, ma vogliono diffondere proposte, provare, senza minacciare o accusare, ma tranquillizzando, riuscendoci anche entusiasmando, a convincere le banche che possono imparare a diventare i veri protagonisti dello sviluppo dei nostri territori?

 

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