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Fuori onda o fuori etica? PDF Stampa E-mail
Scritto da Francesco Zanotti   
Venerdì 15 Febbraio 2008 15:05

Leggo sul Corriere di oggi (15 febbraio 2008) la notizia che Zapatero è stato “cuccato” in un “fuori onda” imbarazzante. “Credo che a noi convenga che ci sia tensione. Comincerò questa settimana a drammatizzare un po’ …”. Poi l’articolo ricorda che molti altri leader (quasi tutti) sono stati cuccati in  fuori onda imbarazzanti.

Una volta si diceva “vizi privati e pubbliche virtù”. Oggi si dice “fuori onda”. Ma ambedue indicano sempre che la classe dirigente continua ad avere due facce. Quella pubblica che si vuole “far credere”. E quella privata che si considera quella vera, forse non bella a vedersi (perché non la si rende pubblica), ma indispensabile.

Ecco dirà il mio lettore, un ennesimo attacco ad una classe dirigente che oramai non ha più difese?

No! Non voglio fare un attacco, ma, anzi, una difesa. Infatti voglio sostenere che questo comportarsi “double face” non è generato da incapacità (o disonestà) personale, ma nasce dalla struttura stessa che abbiamo voluto dare a questa società. Credo che, se si riesce a spostare il discorso da ragioni personali a ragioni sistemiche, si riesce meglio ad intervenire.

Detto diversamente, se il comportamento indesiderato è attribuito a colpe personali, la soluzione è obbligata: prima le esortazioni retoriche (ma dai, non farlo più) e poi la sostituzione. Ogni sforzo di sostituzione è, però, sospetto in una società strutturalmente gerarchica. Ma andiamo con ordine.

Io credo che la ragione del “fuori onda” stia proprio nella struttura gerarchica della attuale società democratica.

Nota “editoriale”: scrivo come se ragionassi ad alta voce, sperando di trovare qualche interlocutore che mi aiuti ad approfondire queste mie prime intuizioni che sembrano, a me per primo, così inevitabili quanto contro tendenza.

Voglio dire che, se una società democratica crede di dover essere gerarchica, allora il “fuori onda” è inevitabile. Infatti una società gerarchica è una società che accetta che chi sta sopra abbia di più (in mille modi) di chi sta sotto. Poi, se vuole essere democratica, deve sostenere che sopra ci devono stare i migliori e permettere che tutti accedano al di sopra. Il meccanismo di questa mobilità sociale è “competitivo”: la meritocrazia.

Ora mettiamoci nei panni di chi è arrivato sopra. Non può dire che vi è arrivato attraverso privilegi, ma deve dire che vi è arrivato perché è il più bravo. Più in alto è andato, più il “bravo” deve tendere a “perfetto”. Naturalmente, a causa dei privilegi, tende con tutte le sue forze a rimanere in quella posizione che è sostanzialmente una posizione di potere. Di più: nello sforzo competitivo di dimostrare che è il migliore, tanto più “migliore”, quanto più in alto, allora se ne convince davvero. Quando scatta la convinzione di essere davvero il migliore, allora il fuori onda diventa “etico”. Cioè: posso usare tutti i mezzi che voglio perché devo evitare, proprio per ragioni etiche, che vada al mio posto uno che certamente vale meno proprio perché ora è sotto di me.

Tra parentesi, vi ricorda nulla la parola “migliore”?

Anche chi ambiva a costruire una società comunista credeva che il capo era il “Migliore”, soprattutto in Italia. Ma allora una società capitalista e comunista sono davvero molto simili perché credono ambedue nella gerarchia. Chiusa la parentesi.

Conclusione: rompiamo l’ipocrisia. Quando ascoltiamo qualcuno che sta sopra, accettiamo come naturale che il suo esprimersi sia una sceneggiata. Non può che essere così in una società che vuole essere, contemporaneamente, democratica e gerarchica.

Se ne abbiamo abbastanza delle sceneggiate, allora, non basta dire alla classe dirigente di smetterla di farle. Occorre, invece, eliminare uno dei due poli che si contrappongono: la democrazia e la gerarchia. Naturalmente credo nessuno voglia eliminare la democrazia, allora dobbiamo eliminare la gerarchia.

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