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Tecnologiche, sociali, relazionali e professionali

 

 

 

Lo strappo della FIOM e l’imprenditorialità di popolo

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Lo strappo della FIOM è su tutti i giornali. E viene letto in termini di giudizio: errato perché rompe l’unità sindacale oppure perché è la manifestazione di una cultura antisistema, giusto proprio perché è una azione antisistema della quale vi è assoluto bisogno. Non vorrei aggregarmi ai due schieramenti, ma proporre qualche riflessione impertinente.

La prima è doverosamente dalla parte dei più deboli. I salari vanno certamente aumentati. Ma vorrei esprimere questa istanza in modo più completo: occorre aumentare la qualità dell’occupazione. Non solo aumentare i salari, ma anche trasformare il lavoro da fatica esecutiva a  momento di auto realizzazione personale e collettiva. Sembra che così facendo, ho alzato la posta. Ma non è così! Dimostrerò che solo la posta più alta che ho indicato è raggiungibile, quella più modesta del puro aumento salariale, no!

Considerando questo obiettivo come irrinunciabile, vediamo ora come lo si può raggiungere. Non certo con la vecchia teoria del salario come variabile indipendente, ma neanche con le ricette che vanno per la maggiore e, si dice, solo per l’ottusità sindacale non vengono messe in pratica. Mi spiego. E per farlo devo chiedere al lettore di non tenere a mente le “imprese eccellenti”, quelle da prima pagina per le quali è necessario fare un discorso a parte. Gli chiedo invece di avere a mente la grande massa delle imprese anonime, quelle che pagano la grande massa di salari e che, per inciso, utilizzano una grande parte dei risparmi degli italiani, sia sotto forma di credito da parte delle banche sia come TFR.

La prima cosa da dire è che queste imprese oggi non sono in grado di garantire una aumento importante dei salari. E una percentuale significativa di esse neanche la continuità dell’occupazione. Io credo che prima della stabilità per contratto occorra preoccuparsi della stabilità sostanziale. Occorra preoccuparsi che l’impresa, cioè il soggetto che può assumere sopravviva.

Esaminiamo le ricette con le quali si cerca, allora, di far sopravvivere (purtroppo solo sopravvivere) l’impresa. La produttività e la competitività innanzitutto. Ecco sono strategie controproducenti. Il problema  è che le imprese  (ripeto: non le imprese da copertina, ma la grande massa anonima di quelle che paga la gran parte dei salari) producono “cose” che interessano sempre meno e a costi irragionevoli per cose di calante interesse. Che contributo può dare a questa perdita di significato il fatto che siano un po’ più competitive, cioè che producano cose un po’ più belle, che costino un po’ meno (la produttività) o che si giovino di qualche spruzzata di tecnologia? Minuscolo. Insignificante. Ma perché anche negativo? Ci arrivo subito.

Se queste ricette non funzionano quale potrebbe essere la vera soluzione? Secondo me la seguente: che l’impresa, intesa come attore sociologico ed antropologico, si ponga il problema di riprogettare la sua identità in modo cha appaia come archetipo, ologramma di una nuova società. Detto questo si capisce perché considero produttività e competitività negative. Innanzitutto perché sforzo di migliorare i prodotti e le organizzazioni attuali blocca, cognitivamente, la capacità di riprogettare tutto da capo. E poi perché la ricerca di produttività e competitività è fondata su valori conflittuali, mentre il riprogettare da capo è fondato su cooperazione e solidarietà.

Sto proponendo un sogno? No! Perché questo sogno è già accaduto? Nel dopoguerra si è scatenata quella che mi piace definire una imprenditorialità di popolo che, anche se non programmaticamente, ha avuto l’obiettivo (e lo ha raggiunto) di creare una nuova società.

Allora il problema è individuare gli ostacoli che occorre rimuovere per  rimettere in moto una nuova imprenditorialità di popolo. Proverò ad indicarne naturalmente solo alcuni.

Il primo problema sono gli imprenditori. Ma non perché sono avidi di profitto. Perché sono disarmati di fronte a questa sfida. Soprattutto gli imprenditori di questa generazione che non hanno vissuto il periodo in cui la prima imprenditorialità di popolo è stata avviata. Non ne conoscono gli odori e i sapori. Anche perché tutti li spingono verso produttività e competitività che sarebbero apparse parole senza senso a coloro (i loro padri) che si sono trovati di fronte ad un cumulo di macerie e una società da inventare.

Occorre aiutarli a capire che siamo ancora di fronte a macerie. Anche se oggi non sono fisiche, ma sociologiche e culturali.

Sono disarmati anche tecnicamente. Faccio un solo esempio: il rapporto con i fornitori di capitale di rischio. Se si tratta di riprogettare l’impresa il loro ruolo è essenziale, ma gli imprenditori sono ancora legati alla proprietà completa ed assoluta, quasi feudale.

Il problema è che la classe intellettuale non è preparata a riflettere sul come riprogettare una società.

Il problema è che le banche non sono attrezzate per comprendere quando una impresa deve migliorare quello che fa o riprogettare tutto da capo.

Il problema sono anche i lavoratori che si troverebbero di fronte alla necessità non di una cogestione, ma di una partecipazione progettuale. Ma sarebbe anche una splendida opportunità di vivere un nuovo significato del lavoro.

E i problemi sono anche altri. E tutti insieme declinano la grande sfida di riavviare una nuova imprenditorialità di popolo. Dopo l’elencazione dei problemi occorrerebbe parlare delle soluzioni, ma non in questo articolo che vuole solo stimolare una riflessione nuova, impertinente se fatta da uno solo, forse profetica se fatta da tutti noi insieme. Saranno altre le occasioni nelle quali parlare di “soluzioni”, meglio: di proposte su come avviare una nuova imprenditorialità di popolo.

 

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