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Coscienza e conflitto nel diritto

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"Tutto ciò che vedo, sento annuso e assaggio in un istante è intrecciato insieme; intrecciare mi sembra sembra un vocabolo appropriato, che dà idea dell'unità"  ( Barbour )

Che cosa è la coscienza ?

Essa è la consapevolezza di essere consapevoli, ossia la consapevolezza di sè (Kandel), è quindi la capacità di prestare attenzione di riflettere sulle proprie esperienze nel contesto del nostro vissuto oltre che a focalizzare la nostra attenzione sugli eventi a noi cruciali tagliando l'evento estraneo.

Vi è quindi una unitarietà o unificazione di tutte le nostre esperienze che fa si che vi sia una loro soggettività (Searle e Nagel), il diritto assume pertanto la funzione di limitazione organizzativa economica della complessità del soggettivo.

La complessità derivante dal soggettivo determina ansia se concepita inconsciamente come minaccia, solo nel momento in cui ne acquista coscienza il soggetto può attivare i meccanismi di difesa, se tuttavia lo stimolo è elaborato dalla fantasia l'ansia acquista maggiore intensità. In questo scenario il diritto come ripetitività preordinata, ossia consuetudine dell'agire umano acquista una valenza non solo economica di riduzione dell'incertezza degli scambi di beni materiali e servizi, ma anche dell'ansia da conflitto nell'interagire dei rapporti umani.

Gli stati di ansia a cui seguono forme depressive sono disordini dell'emozione scatenati da fattori ambientali, Freud ha osservato che un normale stato di ansia permette di aumentare l'attenzione verso minacce potenziali dando luogo a risposte adattive, l'ansia è quindi fisiologica all'uomo sia in termini istintivi, genetici che appresa con l'esperienza, tuttavia diventa patologica quindo non è più correlata ad una minaccia, ma viene associata nella mente a comportamenti o stimoli neutri. La consuetudine nel ridurre perciò la conflittualità potenziale non riduce solo le occasioni di conflitto ma anche gli stati di ansia, favorendo il controllo delle emozioni negative nei rapporti sociali, questo comporta un rafforzamento della sensazione di sicurezza e quindi di benessere.

Comunque nasca il conflitto è un processo, un divenire che ha un antecedente, una percezione e manifestazione, un dopo che può essere risolutivo o premessa per scontri più violenti, il risultato è un insieme di emozioni che permangono nella coscienza del sè e generano nuovi sentimenti, si crea una storia del vissuto che influenza il divenire sia nell'ampliare la conoscenza che nel creare possibili futuri rancori.

La procedura è un metodo sia per ridurre il potenziale conflittuale fra le parti, contenendo lo spazio per la negoziazione fra gli individui, sia per ridurre l'arbitrio del decisore sul divenire del processo e sulla sua costruzione, tuttavia la procedimetalizzazione di per sè non può eliminare il conflitto, il quale diventa negativo nel preciso momento in cui si radicalizza senza soluzione, anche a causa di una sdua mancata gestione, una certa conflittualità a bassa intensità è comunque fisiologica a qualsiasi organizzazione biologica o sociale, è infatti l'intensità causata dalla mancanza di meccanismi di coordinamento e integrazione che porta a trasformare un confronto in conflitto e guerra (Tosi e Pilati).

La coscienzxa del singolo, ognuna di per sè diversa diventa anche l'elemento ordinatore del caos attraverso la conflittualità/confronto a bassa intensità, l'equilibrio rotto dall'agire della moltitudine viene rimodulato in un equilibrio provvisorio, ordine / disordine ma anche autoorganizzazione (Rubi).

Bibliografia

  • A.R. Damasio, Emozione e coscienza, Adelphi 2005;
  • J. R. Searle, La mente, Cortina 2005;
  • E. R. Kandel, La ricerca della memoria, Codice 2007;
  • J. M. Rubi, La lunga mano della seconda legge, Le Scienze 68/73, 485, gennaio 2009;
  • H. L. Tosi - M. Pilati, Comportamento organizzativo, Egea 2008.

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