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Prodromi di complessità PDF Stampa E-mail
Scritto da Mara Di Bartolomeo   
Domenica 27 Settembre 2009 10:00
Da sempre la mente umana ha cercato di mettere ordine nel caos.

Di capire, di comprendere, di intelligere all’interno degli eventi la causa prima e ultima.

La conoscenza, soprattutto da Cartesio in poi, è stata abbinata alla previsione dei fenomeni.

Conoscere significava aver capito il funzionamento di un processo ed avere l'abilità per riprodurlo.

Questo tipo di sapere è stato ovviamente abbinato al potere.

Essere in grado di dire cosa avverrà nel futuro significa potersi comportare di conseguenza, equivale ad avere potere sugli eventi.

Conoscenza e potere, un binomio perfetto.

Forse però, ed è questa solo un’ipotesi, siamo arrivati alla fine di un percorso scientifico che ci ha portato, lungo un arco di tre secoli, a credere di avere il potere di controllare l’evoluzione delle forme di vita del pianeta, le forme in cui la vita si auto-organizza.

Dalla stessa scienza che si fondava sul determinismo è nata la geometria dei frattali, la teoria della complessità, etc., discipline queste, che fanno riflettere sul rapporto che l’uomo ha, o aveva, con la natura e il mondo intorno a se.

È bastato avere un nuovo “paio di occhiali” (un computer) per vedere le cose sotto un altro punto di vista tanto da modificare sistemi di pensiero in essere da secoli.

Una nuova panoramica attraverso cui guardare le cose, un’ottica innovativa che modifica i nostri comportamenti, linguaggi e credenze.

Modificare il proprio modus essendi in virtù di un punto di vista… la frase invita alla riflessione.

Quante realtà non riesco a vedere ma che potrebbero cambiare la mia vita?

Quante cose sfuggono alla mia mente, aspetti che potrebbero essere fondamentali per la mia vita, per il mio lavoro, per la comunità intera?

Come ci apparirebbe il mondo se il nostro punto di vista fosse diverso?

Quali sarebbero le nostre azioni?

Diverse da quelle odierne?

In sintesi: il problema non è ciò che riusciamo a vedere ma ciò che non riusciamo a vedere e che potremmo vedere e quanto questa nuova visuale saprebbe modificare il nostro personale mondo e di conseguenza quello degli altri.

Il vizio di ogni epoca  (e quindi anche della nostra) è credere di aver capito tutto e poter rileggere la storia secondo il proprio personale punto di vista. Tutte le organizzazioni dominanti che si sono susseguite nei vari momenti storici hanno ritenuto di aver compreso l’essere e il divenire del mondo. Inesorabilmente, passata l’epoca di turno, ci si è resi conto che la filosofia creata da quel sistema non era riuscita a spiegare e a generare il futuro della nuova struttura organizzativa che si stava creando ed è stato così superata.

I libri di storia sono pieni di questi esempi.

Panta rei, diceva il filosofo, tutto scorre, tutto passa, anche le idee, peggio ancora quando diventano ideologie in grado di imbrattare il mondo con sangue innocente.

Ognuno di noi cerca la verità e ritiene di averne un pezzo dentro di se, una porzione tramite cui riesce a guardare (giudicare) il mondo intero.

La lezione dell’Ermeneutica Filosofica per cui ciascuno ha un particolare punto di vista e come tale è limitato, non è bastato per fare ricredere o ricreare nuove teorie filosofiche che riuscissero ad inglobare questo assioma. Si è preferito proseguire il “pensiero” per le vie “certe” come la ricerca scientifica che prometteva risultati veri, stabili e soprattutto fruttuosi in termini di soldi. Purtroppo però non si vive di sola scienza…le organizzazioni umane non sono internamente scisse e quando evolvono lo fanno in modo globale. 

Abbiamo una sfida da affrontare: la globalizzazione e abbiamo visto che il vecchio paradigma culturale non è in grado di fronteggiarla. 

Se non ne costruiamo uno nuovo collasseremo su quello che abbiamo con chissà quali conseguenze.

Forse però non è necessario costruire una nuova prospettiva, forse basterebbe imparare a leggere tra le righe per scoprire che i prodromi di un nuovo sistema di pensiero già sono in essere, solo che probabilmente non siamo ancora in grado di riconoscerli.

Pensandoci bene potremmo supporre che ci sia un modo per identificarli: cercare tra i vari punti di vista correnti quelli che riescono a fornire una visuale tanto ampia da contestualizzare fenomeni apparentemente scissi tra di loro nella maniera più semplice possibile.

L’unità nella diversità.

Il principio di tutte le organizzazioni.

E’ una idea per riflettere che vi invito a considerare.

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