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Tecnologiche, sociali, relazionali e professionali

 

 

 

Il senso del capitale umano

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Funzione del C.S.R.

“ Se tutto ha lo stesso valore, vuol dire che tutto diventa indifferente” ( Dahrendorf)

L’uso non troppo felice del termine forza lavoro acquista nella sua brutalità un significato piuttosto negativo in riferimento all’uomo come complessità della persona, essere umano dotato di diritti e doveri ma soprattutto di mille sfaccettature e sentimenti ; a sua volta il termine capitale umano viene a nobilitare l’essere riconoscendone un valore nell’ambito economico, ma al contempo è riduttivo nei termini in quanto unidimensionale nelle sue potenzialità.

    Entrambi peraltro possono essere letti specularmente come forza consumo o, con visione più umanistica, quale capitale di consumo, si ottiene comunque nella doppia valenza indicata una unidimensionalità dell’essere, una valutazione dello stesso solo sotto i due aspetti economici dell’elemento produttivo e parallelamente del consumatore di quello che è stato prodotto; la differenza sostanziale è che il termine capitale presuppone una considerazione maggiore e quindi una cura più attenta se non altro per una sua sostenibilità nel tempo.
    All’inizio vi è la necessità di soddisfare i bisogni primari, ma un’economia fondata su tali bisogni è una economia povera, a questi subentrano i bisogni secondari di relazione e di autorealizzazione con i relativi i beni, vi è quindi una ulteriore espansione economica, ma questa rimane pur sempre limitata, pertanto nella necessità di una espansione infinita deve ampliarsi il mercato, ossia il desiderio; l’economia si trasforma nel sollecito continuo di tale sentimento che all’estremo diventa cupidigia, quello che Heidegger ha connesso alla natura umana propria dell’essere progettante per le possibilità manifeste viene spinto in un circolo vizioso di irrealizzabilità e distruttività.
    Le relazioni umane di scambio sono fondate su accordi orientati dai valori, i quali nel permettere il formarsi di un giudizio creano le emozioni di approvazione o disapprovazione, nel sociale sono questi che impiantano le ideologie collettive come innestano i sistemi dei desideri materiali economici a cui la politica si conforma.
    Qualsiasi desidero e per analogia consumo diventa quindi accettabile in presenza di un valore di economicità finanziario spinto all’estremo.
    In questa possibile deriva auto-catalitica dell’attività produttiva il CSR reporting può essere l’elemento che può favorire un ripensamento nel sistema, la circostanza che impone una riflessione alle imprese; nella distinzione tra due culture, fornire servizi e beni socialmente desiderabili ed utili prodotti in termini responsabili o soddisfare desideri artefatti e produrre in termini distruttivi, vi è consapevolezza che dare contezza in bilancio dei comportamenti socialmente responsabili non vuol dire automaticamente la presenza di una sensibilità maggiore, ma certamente è segnale di una possibile maggiore predisposizione.
    La stesura di un bilancio sociale e ambientale permette di evidenziare i punti di forza e debolezza nel sistema di relazioni in cui si inserisce l’azienda, si ottiene una legittimazione sociale fondata non esclusivamente sul successo economico a breve periodo, ma sull’affidabilità e quindi sulla sostenibilità nel tempo cosa che non può verificarsi con gli attuali indicatori prevalentemente economico-finanziari (Perrini – Vurro).
    Quanto finora detto per il privato vale ancor più per il pubblico, la cui funzione non può limitarsi a gestire il quotidiano né tanto meno  solo a sostenere la produttività nazionale, in realtà qualsiasi apparato pubblico è anche specchio del sociale esistente ed elemento di sollecito e direzione del sistema economico, non esiste una neutralità economica.
    Il CSR reporting diventa quindi per ciascun ente pubblico, compresi gli organi di controllo esterni, un obbligo innanzitutto morale di esternare il sistema di relazioni creato e la rete nella quale agisce, ancor più se il pubblico delega società private anche se partecipate il potere di gestione e di intervento con una valorizzazione economica del buon andamento che può andare a scapito degli altri principi di giustizia sia sociale che legale.
    L’instabilità e la variabilità a cui si è andati incontro non porta automaticamente al miglioramento, come ormai si è più volte assodato; le offerte di scelta che hanno soppiantato le certezze devono comunque appoggiare su diritti riconosciuti quali coordinate di appartenenza. Infatti, come scrive Dahrendorf : “le chance di vita hanno senso soltanto quando le opzioni rimangono inserite in coordinate di solidarietà, di appartenenza e di comunanza. Se la società si disgrega e subentra l’anomia, tutte le possibilità di scelta scompaiono. Se tutto ha lo stesso valore, vuol dire che tutto diventa indifferente”.

Bibliografia

•    AA.VV., Costume e morale, Koss, Edizioni San Raffaele Milano, XXVI, 270 marzo-aprile 2009;
•    A cura di Anne – Marie Esnoul, Bhagavadgita, Adelphi 1976;
•    R. Dahrendorf, Libertà attiva – sei lezioni su un mondo instabile, Laterza 2003;
•    M. Haidegger, Essere e tempo, Longanesi 2005;
•    F. Perrini – C. Vurro – CSR Reporting in Italia: dalla rendicontazione alla creazione di valore, 77-90 E &M. SDA-Bocconi, Etas 4/2009.

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