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La coscienza e la complessità.

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La coscienza e la complessità. Osservazioni critiche su "Giulio Tononi, Galileo e il fotodiodo"

Giulio Tononi, neuroscienziato già noto in Italia per aver pubblicato Un universo di coscienza (2000), scritto assieme a Gerald Edelman, si cimenta con una nuova opera sulla coscienza. 1

Egli comincia con l'osservare che malgrado negli ultimi 40 anni le neuroscienze abbiano avuto uno sviluppo strepitoso, con approfonditi studi sui meccanismi della memoria e dell'attenzione, sulla motivazione nei suoi rapporti con il comportamento, sul linguaggio e sul pensiero, la coscienza sembra essere rimasta una sorta di cenerentola. La maggioranza degli scienziati mostra notevole ritrosia ad affrontare tale argomento; parlarne appare spesso una prova di cattivo gusto, o quanto meno un indice di dilettantismo. «Un professionista serio, un conoscitore raffinato sa stare alla larga da certi argomenti palesemente inadatti a costruire una carriera rispettabile». 2

Secondo Tononi, la reticenza degli scienziati nell'affrontare un argomento tanto sfuggente come quello della coscienza sta nella diffusa convinzione che esso non si presti ad essere indagato in maniera scientifica. In altre parole, buona parte degli studiosi è portata a pensare che anche se si scoprisse tutto ciò che c'è da scoprire sui meccanismi del cervello, se avessimo identificato tutti i circuiti nervosi, analizzato tutte le molecole, compreso il funzionamento dei diversi sistemi percettivi e di quelli motori, ancora non avremmo compiuto alcun passo significativo riguardo al sorgere dell'esperienza soggettiva. 3

Tononi è comunque del parere che una delle strade più proficue da percorrere per tentar di comprendere la coscienza sia quella di chiarire quali siano le parti del cervello più importanti ai fini del manifestarsi della coscienza; ponendo successivamente a confronto le loro differenze strutturali e funzionali. Il principale esempio portato da Tononi, a questo proposito, è quello del cervelletto, con i suoi 50 miliardi di neuroni, che egli contrappone ai 30 miliardi di neuroni che compongono la corteccia cerebrale. Il cervelletto, benché organo nervoso di grande complessità collegato con i sistemi visivi, acustici, tattili, cinestetici e a sua volta in grado di controllare sinergicamente un gran numero di muscoli, non sembra avere alcun nesso con la coscienza. Tant'è vero che se si pratica un'ablazione completa di quest'organo (in alcuni casi di tumore si è costretti a farlo), il paziente perde buona parte della capacità di coordinare i propri movimenti corporei e persino quella di articolare correttamente il linguaggio, ma non mostra alcuna menomazione apprezzabile sul piano dell'esperienza cosciente. 4

Che cos'è che fa diversa la corteccia cerebrale dal cervelletto dal punto di vista del sorgere della coscienza?

La risposta di Tononi fa riferimento alla complessità, da lui considerata non come misura della quantità delle parti costituenti, bensì come quantità dei collegamenti che mettono in comunicazione tra loro parti strutturalmente e funzionalmente diverse.

La coscienza nascerebbe, per Tononi, dalla complessità che deriva da un gran numero di sottosistemi diversi, strettamente collegati tra loro a vari livelli, formando un unico sistema altamente integrato. «Ciò che conta per la coscienza è il numero di stati differenziabile da parte di un sistema intergrato. [Quindi] il substrato della coscienza deve essere un'entità integrata capace di differenziare tra un numero straordinariamente grande di stati diversi». 5

Secondo Tononi, il cervelletto, nonostante i suoi 50 miliardi di neuroni e un numero ancora più grande di connessioni, non costituisce un sistema di grande complessità. In esso esistono fibre di associazione, ma i moduli che queste mettono in comunicazione non sono molto differenziati tra loro. E con questo viene meno uno dei requisiti fondamentali per un'autentica complessità, che è quella della diversificazione tra funzioni svolte dai diversi moduli. 6

Si può dire che, per molti versi, l'opera di Tononi sia di notevole interesse, se non altro perché, a differenza di tanti altri studiosi, il nostro autore non ha paura di "sporcarsi le mani" con domande alle quali è assai difficile dare risposte di una qualche plausibilità. Egli tuttavia, malgrado la ponga nelle questioni da affrontare debitamente nella discussione successiva, manca di dar conto della questione circa la "qualità" dell'esperienza cosciente, ossia del suo esprimersi in forme altamente differenziate: «Cosa fa sì che l'esperienza cosciente del buio sia per l'appunto del buio, intrinsecamente diversa dall'esperienza cosciente del suono?» 7 O, detto in maniera ancora più specifica: «Perché mai l'attività di cellule della corteccia visiva darebbe luogo a quel particolare che [...] rende visiva l'esperienza visiva, mentre l'attività di cellule della corteccia somato-sensoriale dovrebbe dar luogo a quel particolare che [...] rende tattile l'esperienza tattile?». 8

La risposta di Tononi, alquanto sbrigativa, si limita a ipotizzare la possibilità che la distanza tra quantità e qualità non sia poi così grande. Se la complessità misura quante interazioni causali differenziate sono possibili all'interno di un complesso, «non occorre un grande sforzo di immaginazione [...] per intuire che la qualità della coscienza dipende da quali interazioni causali differenziate sono possibili all'interno di un complesso». 9

Inoltre, dopo aver ipotizzato che l'esperienza cosciente possa essere messa in relazione con un elevato numero di connessioni tra moduli diversi, Tononi manca completamente di porsi una domanda cruciale, che è quella del ruolo eventualmente svolto da una coscienza così originata nel processo di adattamento dell'organismo all'ambiente; in altre parole, egli non sembra neppure essere sfiorato dal problema del come (o del perché) un'attività eseguita coscientemente possa rivelarsi più efficiente della stessa attività eseguita in maniera automatica sotto la guida di meccanismi del tutto impersonali.

Si tratta di una questione tra le più ostiche che uno scienziato possa essere chiamato ad affrontare, poiché essa sembra prospettare orizzonti teorici e concettuali del tutto incompatibili con l'attuale modello scientifico. Infatti, il problema del ruolo (o della funzione) della coscienza nell'esistenza concreta dell'organismo ci conduce immediatamente alla questione del come un fenomeno sostanzialmente virtuale, generato dall'attività di specifici gruppi neuronali, possa avere un qualsiasi effetto causale sul piano della concreta realtà fisica.

Comprendere, anche solo in linea di principio, in che senso la coscienza sia in grado di migliorare l'adattamento dell'organismo all'ambiente, spiegherebbe immediatamente perché essa si sia progressivamente sviluppata nelle forme viventi parallelamente alla loro evoluzione, togliendo agli scienziati più riottosi qualsiasi alibi per continuare a considerarla un semplice epifenomeno.

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NOTE
(1) Giulio Tononi, Galileo e il fotodiodo. Cervello, complessità e coscienza, Laterza, Bari, 2003
(2) Op. cit., pag. 5
(3) Op. cit., pag. 15
(4) Op. cit., pag. 17
(5) Op. cit., pag. 53
(6) Op. cit., pag. 113
(7) Op. cit., pag. 36
(8) Op. cit., pag. 37
(9) Op. cit., pag. 128

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