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Troppi estremisti non permettono di decidere?

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Pensando e ripensando, stimolato da due articoli di Guido Tabellini e Giancarlo Santalmassi, sono giunto alla conclusione che il vero problema dell’Italia è un problema di metodo. E che occorre avviare un grande progetto di ricerca e sperimentazione sul metodo. Ma andiamo con ordine.

Nel suo eccellente articolo sul Sole 24 ore di domenica 8 luglio 2007 “Le cartoline dell’Italia che non decide” Santalmassi ci “manda” una serie di “cartoline” che dicono anche più del titolo. Dicono che non solo non si decide, ma si decide male. Citando Gad Lerner su “La Repubblica”, Santalmassi scrive che in Italia tra la legge della popolarità e quella della reputazione si è scelta la prima. Il riferimento è a Fiorani che se la spassa al Billionaire. E poi le stesse cartoline dicono che in altri paesi si decide senza guardare in faccia a nessuno.

Citato il problema si cerca la soluzione. Ed ecco l’articolo di Tabellini. Cosa sostiene il Nostro? Una tesi consueta. Perché non si decide? Semplice: non si decide perché ci sono gli estremisti. Soluzione: mettiamo gli estremisti in condizione di non nuocere con quelle che tutti definiscono riforme istituzionali. E così riusciremo a costruire “sorti magnifiche e progressive”.

Tabellini è certamente più elegante nell’esprimersi, ma la sua eleganza non cambia la sostanza. Per dare forza alla sua tesi Tabellini calcola che gli estremisti (sommando quelli di destra e di sinistra) sono circa il 16% dell’elettorato. Ma così facendo distrugge la sua tesi stessa: come si fa in una democrazia a dire che il 16% non deve avere diritto di “rompere”?

L’analisi e la soluzione di Tabellini possono essere espresse in altro modo: viviamo in un paese troppo complesso e bisogna semplificarlo. Ecco io credo che ogni semplificazione sia un “delitto”. E che occorra stimolare la crescita di una ulteriore complessità umana che non può che essere vista come ricchezza.

Ed allora? Allora ecco la necessità di un nuovo metodo di governo della complessità.

Proviamo ad approfondire. Gli estremismi sono il segno del disagio e la manifestazione di proposte non ortodosse. Certo non propongo di sposare le tesi degli estremisti, ma quella di esaminarle con l’occhio che cerca la profezia. Primo elemento del metodo: prima di parlare ascoltiamo a lungo e profondamente soprattutto i diversi. La classe dirigente passi meno tempo a proclamare l’ortodossia e più tempo a cercare la diversità. Anche perché l’ortodossia che oggi può vantare è poverella, poverella. Basta guardare allo status epistemologico delle scienze economiche per scoprirne la povertà: non si sanno quali siano i fondamenti delle “leggi economiche” e crescono gli indizi che quelli presupposti siano sbagliati.

Lo dico ancora diversamente. Dobbiamo ascoltare e cercare la diversità perché oltre alle leggi economiche anche le attuali visioni del fare impresa e dello sviluppo economico sono traballanti. Innanzitutto non sono quelle che hanno applicato i grandi imprenditori della storia. E poi sono fatte di luoghi comuni, facilmente riconoscibili come tali, che hanno l’unico obiettivo di conservare lo status quo. Naturalmente, perché l’invito ad ascoltare non si risolva in una esortazione retorica, occorre che chi parla e chi ascolta utilizzino nuovi metodi comuni di rappresentazione della conoscenza. Dopo che si è stimolata, raccolta e capita tutta la ricchezza della diversità, occorre costruire una sintesi: un nuovo modello di società che oggi non è più immaginabile in vitro, ma può nascere solo dal contributo di mille forti e nuove speranze diffuse.

Sono già alla coclusione. Il metodo è fatto di due parole: ascolto e sintesi. E, poi, del buttare a mare una terza parola: decisione. Non vi è nulla da decidere, ma tutto da progettare. La società futura non è scritta nel cielo per cui noi dobbiamo solo scegliere la strada che vi porta. La società futura nascerà solo da un grande e condiviso processo di progettualità sociale. Ci serve una classe dirigente che sappia gestire questo tipo di processi. Non che cerchi di semplificare il mondo per riportarlo a quello che conosce e nel quale è, appunto, classe dirigente.

 

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