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La FIOM non vuole la Borsa?

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Domenica 24 giugno a Milano, immerso in una canicola che a me sembrava inventata di sana pianta dai media, ho visto l’articolo di fondo del Sole 24 Ore. Era di Guido Gentili ed aveva come titolo: “La Borsa è un pericolo, l’incredibile veto della Fiom”. Di cosa parlava l’articolo? Del fatto che la Fiom si oppone alla quotazione in borsa di Fincantieri. E perché si oppone? Secondo l’Autore, a causa di “scorie ideologiche”. Cioè a causa di un vecchio e oramai superato pregiudizio anticapitalista. Non ho potuto esimermi dal fare alcune osservazioni che vorrei condividere. E che dovrebbero iniziare la costruzione di un nuovo pensiero sul fare impresa.

L’autore parte dall’ipotesi che esista una visione corretta di cosa significa fare impresa. E che la Fiom (personalizzando: Rinaldini) ne abbai una visione sbagliata, oscurantista. Ecco io credo che sia questa convinzione di aver conquistato la verità a non avere né capo né coda.

Io credo che oggi noi tutti si debba essere in stato di ricerca. Credevamo di sapere cosa significa fare impresa e abbiamo codificato questo presunto sapere in una serie di convinzioni che andavano bene per le vecchie imprese manifatturiere che producevano beni di consumo in una società dove primeggiavano i bisogni primari. Oggi stiamo scoprendo che questa visione del fare impresa è solo ideologia conservatrice e povera. Provo ad esemplificare, chiedendo anticipatamente scusa per le inevitabili semplificazioni perché nello spazio di un articoletto non si può andare troppo per il sottile.

Quale è il compito fondamentale di una imprenditore? Quale obiettivo darsi nella gestione d’impresa? Accidenti, ma lo sanno tutti! L’imprenditore deve competere e deve far diventare la sua impresa più competitiva. Ecco, tutti “sanno” una sciocchezza. L’imprenditore, quello che costruisce una grande impresa (non quello che naviga sulle sovvenzioni pubbliche, che rubacchia a clienti e fornitori o che vive sulle glorie dei padri) non compete, costruisce mercati che prima non c’erano! Cioè luoghi dove la competizione arriverà quando alla voglia di innovazione si sarà sostituita la voglia, prima, di imitazione e, poi, di protezione. Più tecnicamente, il mestiere dell’imprenditore è quello di attivare processi di creazione sociale di conoscenza.

Nella visione “competitiva” dell’impresa la persona è inevitabilmente strumento che deve fare esattamente quello che serve a diventare più competitivi. E se non accetta di essere strumento, rischia che l’impresa perda competitività. Cioè chiuda buttando i “ribelli” dalla padella nella brace. Ma, se io, imprenditore, sono impegnato ad immaginare e creare un nuovo mondo, allora mi serve non tanto il braccio (quello verrà dopo) quanto l’anima e la mente delle persone. Si parla di partecipazione alla gestione dell’impresa. Gli imprenditori di successo fanno molto di diverso. La partecipazione non è nel controllo e distribuzione dei risultati. E' nella partecipazione progettuale e generativa. Nella partecipazione profonda del cuore e della mente. 

Oltre agli esempi si potrebbe citare la dottrina, cioè tutti gli sforzi che nell’ultimo cinquantennio ci hanno convinti che “l’uomo economico” è una semplificazione non più utilizzabile. Che ogni analisi è creazione. Che la verità non è oggettiva, ma sociale. E così via. Ma non sarebbe un discorso da articoletto.

La morale che suggeriscono gli esempi è semplice. Oggi le grandi strategie (che poi sono solo applicazioni di luoghi comuni che nessuno ha mai provato a verificare sia nella loro sostenibilità teorica che nella loro concretezza) nascono, troppo spesso, da una visione del fare impresa che è superata. Una di questa strategie è che andare in borsa sia l’unica via per costruire innovazione. Se così è, perché allora ci scandalizziamo se non vengono accettate senza discutere come inevitabilità cosmiche? 

Non possiamo considerare le ribellioni come richiami al fatto che stiamo tentando di imporre luoghi comuni ai quali forse non si sa (da parte di Rinaldini, ad esempio) bene cosa sostituire. Ma che appaiono davvero come luoghi comuni così banali che, se vengono proposti con stizzita superbia, non possono che ingenerare il sospetto che nascano da qualche “fregatura”.

Come ho proposto, è davvero necessario che noi tutti ci si senta in “stato di ricerca”! Invece di lanciarci anatemi reciproci, proviamo ad accettare da ambedue le parti della “barricata” pro e contro l’impresa che tutte e due queste ideologie sono oramai superate. Ne conserviamo cari i valori: la libertà di intraprendere, la necessità della giustizia sociale per la protezione dei deboli. E poi ci mettiamo a costruire una nuova visione del fare impresa che, credo, scopriremo davvero molto simile al fare impresa praticato dai grandi imprenditori di successo di ogni parte del mondo. 

Per concludere, ma siamo ancora alla ragione ed al torto? Dopo un cinquantennio di riflessioni sul superamento delle ideologie perdiamo ancora tempo a scontraci ideologicamente? Credo che noi si debba riconoscere che è oramai è ideologia anche il vecchio modo di intendere l’impresa e non solo il pensiero di coloro che vi si contrappongono.

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