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Tecnologiche, sociali, relazionali e professionali

 

 

 

La decadenza che percepiamo e perché non dobbiamo preoccuparci.

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[Da una nota pubblicata sul mio profilo Facebook - Per leggere i dialoghi in corso e partecipare alle conversazioni vai alla Nota - Altre note: La realtà parallela di Facebook e il bricolage della conoscenza , La società del quartetto di Milano e Facebook, In ogni minoranza intelligente c’è una maggioranza di imbecilli, Generazione G (GENEROSITA') e stili di vita emergenti, Una riflessione sul SILENZIO! Cosa c'entra con Facebook? C'entra, c'entra!, Abbiamo ancora bisogno di UTOPIE.]

Le comunità di persone che mi sono trovato casualmente ad aggregare in rete denotano in modo sintomatico e sorprendente alcune affinità, anagrafiche, culturali, politiche e di pensiero. Le visioni pessimistiche e ottimistiche del mondo che verrà si accavallano e si meticciano a seconda delle esperienze di ognuno. Di fondo si coglie una nostalgia di cose passate e una preoccupazione, non necessariamente esplicitata online, sul futuro prossimo e remoto.

La crisi sembra aver accentuato una percezione condivisa che il declino della nostra civiltà sia arrivato ad una fase critica e che il futuro non sarà più come prima. Condivisa da molti è la percezione che i valori forti del passato abbiano lasciato spazio alla stupidità diffusa e alla ricerca miope del tornaconto puramente personale. Da qui una reazione, emergente in molte conversazioni e commenti in rete, che esprime una critica della decadenza in atto senza peraltro suggerire un ritorno al passato né prefigurare un futuro migliore. I tempi difficili che percepiamo di vivere, la crisi economica che genera panico e prefigura catastrofi portano alcuni a pensare che la crisi sia più generale, riguardi una civiltà intera (non solo noi occidentali) e sia una punizione per comportamenti sbagliati passati. Per altri la crisi è fonte grande di opportunità. Meno chiaro appare a molti quanto cambiamento reale essa produrrà. La sua globalità, i suoi effetti quantitativi e qualitativi, l’effetto farfalla ingenerato da un sistema nervoso connettivo fatto di comunicazione tecnologica che genera passaparola fulminanti, producono effetti dirompenti, ma anche sentimenti diffusi di ‘lo avevamo già visto’. Un già visto che ci porta immediatamente alla crisi provocata dal crollo delle torri gemelle di New York del ‘9/11th’ assimilabile alla caduta recente dei colossi finanziari Freddie e Fannie Mac (torri allegoriche) ma anche di Lehman Brothers – Madoff.

Il collasso delle torri generò il panico, così come il crollo della Lehman Brothers ha generato il terrore nel ceto medio di mezzo mondo con un effetto eco impressionante. Un’eco forse più importante dello stesso evento del fallimento della grande finanziaria e che ha finito con il condizionare il nostro sentire e il nostro equilibrio. Di fronte a queste crisi che si susseguono alcuni richiamano l’Apocalisse come visione rigeneratrice in grado di portare l’essere umano fuori dalle foreste pietrificate del momento o alla scoperta dolorosa dell’inesistenza di scorciatoie (‘adda passà a nuttata’).

L’attacco alle torri del 9/11 non ha prodotto grandissimi cambiamenti ed è probabile che possa succedere la stessa cosa con la crisi attuale. Un ruolo fondamentale viene giocato dai media che rendono questi eventi virtuali e favoriscono la propaganda sull’emergenza e sulla necessità della sua gestione. Un’emergenza che a pensarci bene è diventata pane quotidiano della vita sociale e politica e che ci condiziona mentalmente ma soprattutto emozionalmente creando nuove forme di egemonia e controllo basate esclusivamente sul ‘terrore’ (licenziamento, perdita del potere d’acquisto ecc.). Il cambiamento indotto ci obbliga ad affrontare nuovi scenari in un contesto sempre più globale che aumenta l’imprevedibilità ed è caratterizzato da distruzioni potenziali. Si tratta di una situazione di emergenza molto più importante del 9/11 ma che ha, storicamente parlando, molti altri precedenti.

Questa crisi come l’attacco alle torri gemelle di New York segnala l’instabilità di un sistema che ha costruito la sua missione su un’improbabile traiettoria di crescita senza fine (chissà se la decrescita rappresenta veramente la soluzione!).

Il potenziale distruttivo esistente è elevato e lascia poco spazio all’ottimismo ma c’è poco da perdere perché molto di quello che viviamo si basa su false speranze e vane illusioni.

Strada o sentiero?
L'una e l'altra cosa ma su un letto di lava negli Stati Uniti.

 

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