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Tecnologiche, sociali, relazionali e professionali

 

 

 

RFID e Privacy

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RFID e privacy, due realtà che a braccetto proprio non vanno

 

di Carlo Mazzucchelli pubblicato su CBRITALY

Il tema della privacy associato al proliferare pervasivo dei chip RFID rientra in una riflessione più generale che molti intellettuali, filosofi e scienziati (Paul Virilio, Edgar Morin, John Naisbitt e molti altri) stanno facendo sul ruolo della tecnologia nella nostra società e sulla crescente dipendenza del genere umano da tecnologie di cui stiamo forse perdendo il controllo e che potrebbero danneggiarci come persone, come società e anche come specie. Il tema deve essere trattato in modo olistico, con un occhio attento agli effetti prodotti nella società del secondo millennio dall’incredibile evoluzione delle tecnologie. Gli ambiti più interessanti e forse più discussi al momento sono quelli della robotica e dell’intelligenza artificiale ad essa associata e degli RFID. In questo articolo ci occuperemo dei secondi evidenziando i punti di vista contrapposti che caratterizzano il dibattito in corso tra produttori e consumatori, legislatori e cittadini, favorevoli e contrari.

Per comprendere quanto sta accadendo può essere utile una breve digressione storico-filosofica. Nel diciottesimo secolo il filosofo Jeremy Bentham descrisse in una delle sue opere una prigione chiamata Panopticon. Caratterizzata da celle con finestre rivolte all’interno verso una torre centrale, questa prigione doveva permettere ai guardiani di controllare continuamente i prigionieri senza essere visti. L’idea di Bentham non fu mai implementata ma il Panopticon è diventato una metafora perfetta per descrivere una società moderna che, grazie alle tecnologie, sembra essere diventata lei stessa, agli occhi di molti, un unico grande panopticon, caratterizzato da sorveglianza onnisciente e costante garantita da tecnologie innovative e pervasive quali l’RFID.

Questa metafora delinea uno scenario nel quale i comportamenti umani appaiono sempre più governati in modo deterministico e meccanico da oggetti tecnologici che sfuggono al controllo umano. I nuovi strumenti di controllo (così almeno li vivono molte associazioni di consumatori e di cittadini), sembrano godere della stessa capacità di crescita esponenziale espressa dalla legge di Moore per i circuiti integrati. Le componenti tecnologiche che li rendono possibili stanno infatti diventando sempre più piccole, più economiche, più pervasive e utilizzabili in molteplici applicazioni e ambiti tra loro eterogenei. La specificità di questi nuovi strumenti sta nella loro capacità di crescita sia in termini quantitativi sia di efficienza, quest’ultima funzione della possibilità di far crescere, praticamente all’infinito, una rete di device con la semplice aggiunta di nuovi elementi. Ne è un esempio il progetto pilota italiano che ha coinvolto importanti marchi della moda italiana, quali Trussardi, Branded Apparel Italia (gruppo DBA), Imax (Gruppo Max Mara), Miroglio Fashion e Dolce&Gabbana Industria, nonché due operatori logistici, DHL e TNT con l’obiettivo di identificare i capi di vestiario in tutti i processi logistici e sul punto vendita.
 

Le raccomandazioni della UE
L’uso delle tecnologie RFID e le problematiche della privacy, da tempo nel radar delle associazioni dei consumatori di tutto il mondo, sono state oggetto di una riflessione da parte della Commissione Europea, che ha portato, nella prima metà dell’anno in corso, alla redazione di un documento contenente le raccomandazioni generali in merito all’uso delle tecnologie RFID nei ventisette Paesi della Comunità Europea e i principi a cui questi Paesi devono fare riferimento per la protezione dei dati personali dei consumatori e dei cittadini europei. Il documento ha sottolineato la necessità di informare i consumatori della presenza di tag RFID sui prodotti e obbligato i punti vendita a rimuoverli o a disattivarli immediatamente dopo l’acquisto, a meno che il consumatore non ne consenta espressamente la loro operatività nel tempo. L’intenzione della Commissione Europea di fornire una cornice di riferimento per la protezione della privacy ha incontrato il favore sia dei consumatori sia dell’industria che ne fa uso. I cittadini europei sono particolarmente attenti alle problematiche legate alla privacy e da anni stanno chiedendo che i tag RFID siano sottomessi ad una stretta regolamentazione e che quelli usati in negozio siano disattivati automaticamente. Sul fronte avverso si pongono industria e grande distribuzione che ritengono la disattivazione (kill code) penalizzante dal punto di vista gestionale, logistico e di manutenzione del prodotto. La Commissione Europea obbliga in ogni caso all’informazione attenta e puntuale nei confronti del consumatore per permettergli sempre un’opzione di opt-in e raccomanda l’introduzione di un simbolo europeo per tutti i prodotti dotati di chip RFID. Il problema è quanto l’industria e la grande distribuzione siano disponibili ad implementare le raccomandazioni europee e a soddisfare le giuste esigenze del consumatore.


I chip RFID (Radio Frequency Idenitifier) sono generalmente utilizzati per taggare prodotti commerciali, container, ma il loro futuro è destinato a qualcosa di più dalla semplice protezione da furti al grande magazzino di libri e CD. Innanzitutto questi chip saranno sempre più economici (pochi centesimi per ognuno), piccoli, sottili (della grandezza di granelli di sabbia) e intelligenti a sufficienza per riuscire ad identificare in modo univoco qualsiasi tipo di prodotto manifatturiero con informazioni superiori a quelle fornite oggigiorno dal codice a barre comunemente utilizzato nella filiera commerciale. Questi oggetti tecnologici pervasivi possono essere integrati in qualsiasi tipo di prodotto ed essere interrogati a distanza per raccogliere informazioni comportamentali utili a qualsiasi realtà commerciale per meglio promuovere e commercializzare i suoi prodotti. Il problema è che essi identificano in modo univoco ogni prodotto e quindi possono comunicare informazioni private che vanno oltre i comportamenti legati all’acquisto di un singolo bene o prodotto. Per intenderci, oltre a comunicare che tipo di libro è stato acquistato da una persona sono anche in grado di segnalare dove lo sta leggendo, dove lo ha acquistato, ecc.
 

Privacy, opinioni a confronto
Da tempo produttori e aziende che fanno uso delle tecnologie RFID hanno intrapreso iniziative di comunicazione volte a convincere della bontà e dell’innocuità delle tecnologie RFID. In rete sono stati creati portali quali Discoverrfid. Esiste anche RFIDjournal, una rivista online che illustra periodicamente le novità tecnologiche e gli utilizzi pratici che ne derivano. L’argomento della privacy è controverso da sempre e combattuto dai produttori con un elenco di benefici e vantaggi da essi associati alla tecnologia quali: la riduzione dei furti nei punti vendita, la maggiore rapidità nel fare l’inventario di un negozio, la maggiore informazione per il consumatore.


Ai produttori e ai distributori si oppone da tempo la visione di organizzazioni radicali che lottano contro l’introduzione dei tag RFID perché vedono queste tecnologie collocate all’interno della tendenza di ogni potere, sia esso politico, istituzionale od economico, di disporre e appropriarsi di informazioni dettagliate su ogni cittadino o consumatore per meglio controllarlo e condizionarlo. A questo sistema la tecnologia RFID offre migliori sistemi di classificazione, l’opportunità di creare liste di persone da mettere sotto controllo e una fonte infinita di informazioni e conoscenza sulle stesse. Il riferimento va al Panopticon sopra menzionato e oggi collegato, dai critici sull’impiego del RFID, a realtà quali Wal-Mart, Procter & Gamble, la Kraft e la IBM ma anche ai nostrani COOP ed Esselunga e a varie entità statali e governative. Secondo questa visione, i cittadini, le persone sono sempre più trattati come semplici dati di mercato da analizzare in base a comportamenti ed esperienze consumeristiche. Le associazioni che si battono contro l’invasività delle tecnologie RFID vedono in ciò lo sviluppo di strumenti di controllo sociale che possono operare nel breve termine ma anche in modo continuativo e senza limite sul medio e lungo termine. Questo controllo è reso possibile dalla rete di oggetti (Internet of Things) composta da miriadi di device tra loro collegati e interattivi, decentralizzati e mobili in grado di osservare, registrare, dare forma e racconto a comportamenti individuali per poi comunicarli e memorizzarli in potenti banche dati. L’integrazione di tecnologie RFID e GPS consegna nelle mani di entità istituzionali e attori privati del mercato strumenti potenti per una osservazione continua delle persone, per una valutazione costante dei loro comportamenti e per un controllo di oggetti e persone più diffuso. Queste tecnologie, da noi tutti ormai accettate come prodotto di modernità, stanno di fatto cancellando la distinzione tra pubblico e privato e mettendo a rischio le libertà individuali e di scelta del cittadino del terzo millennio.
 

No sicurezza, no privacy
Il tema della privacy va di pari passo con quello della sicurezza. La diffusione rapida, l’installazione e la manutenzione di sistemi di sicurezza sono una caratteristica della nostra società contemporanea spaventata dalle migrazioni in corso, dal multiculturalismo e da una economia sempre più globalizzata che muove non solo prodotti ma anche persone e nuovi poteri. L’intensificazione di queste misure va fatta risalire all’attentato del 9 settembre a New York ed ha portato a maggiore sorveglianza digitale e visuale nelle città, al ricorso di algoritmi matematici per tracciare meglio email e telefoni e ad un ricorso massiccio all’RFID. Per quanti sostengono l’utilità delle tecnologie RFID, i tag non sono finalizzati alla memorizzazione di informazioni sui consumatori cittadini ma devono servire come unici identificatori, assimilabili ad un URL, di prodotti utili a semplificare e velocizzare le attività in una filiera di produzione, a sostituire processi manuali nella logistica e nella distribuzione. Nella loro visione questa tecnologia è destinata a far diminuire i costi delle merci, a facilitarne la loro circolazione più rapida e a migliorarne la qualità distribuendo benefici sia ai produttori sia ai consumatori. Questi ultimi ad esempio dovrebbero poter gestire in modo più semplice l’eventuale cambio merci al punto vendita, facilitare l’inventario dei capi difettosi e l’approvvigionamento del punto vendita grazie alle informazioni raccolte sul comportamento e i gusti dei clienti, poter disporre di nuovi prodotti intelligenti in grado di memorizzare eventuali parametri di configurazione presi dai tag del prodotto (la lavatrice dovrebbe decidere se fare un ammollo o un risciacquo a 90°, un frigorifero se un prodotto è scaduto o meno ecc.), poter personalizzare la propria esperienza d’acquisto indossando RFID tag in grado di aiutare nello shopping e di facilitarne l’esperienza.
Fortunatamente esistono ancora oggi alcuni impedimenti tecnici che impediscono, unitamente ai costi, una diffusione rapida degli RFID. Ci sono problemi con la lettura dei segnali che possono essere riflessi dai metalli (difficile ad esempio usare i tag su contenitori di alluminio) che riempiono oggi i grandi magazzini. Anche i nuovi segnali UHF (Ultra High Frequency) manifestano problemi in presenza di acqua e in alcuni casi la semplice presenza di un corpo umano può rendere i tag RFID illeggibili (che sia questa la soluzione ai problemi per la privacy attuali?). I ricercatori sono impegnati a risolvere questi ed altri problemi che le tecnologie RFID manifestano ma è facile prevedere che per alcuni anni a venire il gap tra visione e realtà continuerà a rimanere elevato garantendo ai consumatori e ai cittadini quella privacy che non sembrano avere garantita dalle legislazioni correnti e dai produttori.
 

Conclusioni
Il problema principale rimane la privacy e vista la scivolosità del tema e della giurisdizione esistente sono proliferati nel tempo approcci diversi proposti dall’industria e dai produttori di RFID. Ci sono aziende che forniscono accurate linee guida sull’uso delle nuove tecnologie finalizzate a comunicare in modo chiaro e visivo ai consumatori l’esistenza e l’utilizzo di tag RFID sui prodotti in commercio. Altre aziende e soprattutto molte associazioni di consumatori ritengono questo approccio insufficiente a proteggere la privacy perché la visibilità dei tag è spesso limitata per dimensione alloggiamento ma soprattutto perché non è mai chiara l’aderenza alle norme nell’uso degli stessi. Un aiuto a difesa dei cittadini e dei consumatori può venire dagli scienziati interessati da sempre alle nuove tecnologie e al loro impatto sulla vita quotidiana delle persone. Una prima proposta prevede l’utilizzo di tag in grado di auto-annientarsi al momento dell’acquisto del prodotto che li contiene. Questa soluzione è criticata da quanti associano ai tag RFID benefici nel tempo legati a loro utilizzi futuri da parte dei consumatori ma bilanciare diritto alla privacy e benefici continuerà ad essere una sfida aperta anche per il futuro.
 

Parole chiave: tag, chip, privacy, Panopticon, kill code

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